Libia, l'allarme del generale: "Guerra mai così vicina a noi"

Le preoccupazioni del generale Graziano: "Una soluzione deve essere anche militare". E l'Onu evacua i campi profughi

Libia, l'allarme del generale: "Guerra mai così vicina a noi"

Una guerra tanto vicino a casa nostra quanto sottovalutata: è questa la valutazione del conflitto in Libia fatta nelle scorse ore dal generale Claudio Graziano, presidente del comitato militare dell’Unione Europea.

Prima nel corso di un’audizione presso le commissioni difesa di Camera e Senato e poi in un’intervista andata in onda su SkyTg24, il generale non ha usato molti giri di parole per descrivere quanto sta accadendo in Libia e la pericolosità di una situazione forse non sempre vista nella sua interezza nell’altra parte del Mediterraneo: “Se non andiamo nei luoghi dove ci sono le crisi per risolvere le crisi, ma aspettiamo che arrivino – ha dichiarato il generale – ci troveremo in situazioni di guerra e nella mia quarantennale esperienza la guerra non è mai stata così vicina all'Europa”.

Affermazioni nette, che non lasciano spazio a dubbi quelle rese all’interno degli studi televisivi di Sky: “Non c'è una soluzione militare alle crisi in atto – ha affermato il generale Graziano – ma non c'è una soluzione che non comprenda anche l'aspetto militare. La soluzione di una crisi come quella libica è di natura politica, diplomatica, economica, di sforzo di tutti i Paesi. Ma deve comprendere la presenza militare, anche come elemento di deterrenza e di dialogo”.

Come dire dunque che, anche se l’Europa, in primis l’Italia, fa bene ad insistere verso una soluzione che non sia militare, è errato pensare che si possa risolvere tutto soltanto con la diplomazia e la politica.

Per questo il generale vuole rilanciare anche il discorso relativo all’operazione Sophia, la missione quasi del tutto accantonata negli ultimi anni e che potrebbe essere ripresa nelle prossime settimane a largo della Libia: “L'operazione Sophia in questo momento è limitata all'alto mare – ha aggiunto Graziano – bisogna estenderla a alle acque territoriali, all'embargo terrestre, al controllo dello spazio aereo. L'Europa ha la possibilità di prendere coscienza, di vedere che in Libia è tardi ma non è troppo tardi, prendere coscienza che bisogna prepararsi per tempo e trasformare i progetti in azioni”.

Una missione dunque del tutto modificata da quella odierna e rafforzata, in grado di garantire per davvero in primis l’embargo delle armi nel paese africano. Ma soprattutto, una missione che venga approvata in tempi celeri: è questo il concetto fondamentale espresso dal generale, il quale ha voluto sottolineare ancora una volta l’importanza di comprendere come in Libia l’Europa deve provare a recuperare il ritardo fin qui accumulato nei confronti di altri attori internazionali, Russia e Turchia in primis.

E le parole del generale sono arrivate in una giornata peraltro contrassegnata, tra le altre cose, dalla notizia della chiusura a Tripoli di un centro gestito dall’Unhcr, l’agenzia dell’Onu che si occupa dei rifugiati: “Le Nazioni Unite hanno valutato che il sito di raccolta e partenza in cui operavamo dal dicembre 2018 potrebbe diventare un obiettivo militare – ha dichiarato la portavoce dell’agenzia, Carlotta Sami – Non abbiamo altra scelta che sospendere le attività nella struttura”.

“Stiamo cercando di evacuare e assistere in ambito urbano centinaia di persone – ha ancora aggiunto Sami – Il nostro appello è di poter aprire i canali per evacuare le persone dalla Libia”. Ma di fatto adesso centinaia di persone sono senza assistenza e pronte a cadere nelle ragnatele dei trafficanti. Per l’Italia non è una buona notizia: sul fronte della sicurezza e del contrasto all’immigrazione, il fatto che anche l’Unhcr abbandoni il campo potrebbe preconizzare altre ondate di partenze verso il nostro paese.

Le frasi del generale Graziano potrebbero dunque risuonare come profetiche: in un contesto dove non si interviene lì dove sono ben presenti elementi riguardanti l’interesse nazionale, si rischia poi di avere i problemi in casa. E l’Italia, oramai da diverso tempo, sembra ignorare una simile circostanza.

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