"Il braccialetto elettronico...". L'ultimo schiaffo della Pussy Riot allo Zar

Maria “Masha” Aljokhina era ai domiciliari. Il suo nome risulta essere nella lista dei ricercati dal primo giorno di guerra

"Il braccialetto elettronico...". L'ultimo schiaffo della Pussy Riot allo Zar

In Russia il nome di Maria “Masha” Aljokhina è nella lista dei soggetti ricercati. La 33enne è una cantante e attivista russa, membro del gruppo punk femminista Pussy Riot, e fondatrice dell'organizzazione per la tutela dei diritti dei prigionieri Zona Prava e dei media di Internet Mediazona, nonché ex membro del gruppo Vojna. Nella Cattedrale del Cristo l’attivista aveva cantato nel 2012 una preghiera anti-Putin, accompagnata da altre ribelli, tutte coperte da passamontagna. Per quel gesto definito vandalico e di odio religioso, la donna dovette scontare dietro le sbarre due anni con Nadja Tolokonnikova. In quei due anni di reclusione Masha ha subito abusi e umiliazioni che non l’hanno però fatta desistere. Infatti, negli ultimi dieci anni è sempre stata in prima linea in fatto di proteste, e ha anche organizzato altri spettacoli volti a denunciare vari soprusi.

L'accusa nei suoi confronti

Quando un anno fa Aleksej Navalnyj venne incarcerato, c’era anche Masha in piazza a manifestare e a invitare altri attraverso i social a fare lo stesso. Per quel motivo era stata poi incriminata per quanto riguarda l’affare sanitario, ovvero un insieme di procedimenti penali attuati per violazione delle normative anti-Covid che avevano lanciato le autorità nei confronti di dieci oppositori in seguito alle proteste del 2021 dopo l’arresto di Navalnyj. Tra i dieci oppositori c’era anche Pussy Riot che, dopo aver rimosso il braccialetto elettronico, visto che era agli arresti domiciliari, ha lasciato il Paese. Aljokhina lo scorso settembre era stata giudicata colpevole e condannata a scontare un anno di ‘restrizione della libertà’. Tra i divieti c’era quello di uscire di casa nelle ore notturne, lasciare Mosca, o anche prendere parte a eventi di massa.

La latitanza

L’accusa era quella di aver incitato le persone a violare le restrizioni anti-Covid in un Paese dove la pandemia era stata definita sconfitta. Il 24 febbraio Aljokhina ha deciso di rimuovere il suo braccialetto elettronico per protesta, proprio quando il presidente Putin aveva iniziato la sua ‘operazione militare speciale’ in Ucraina. Su Twitter ha postato la foto del braccialetto tagliato di netto. Lo scorso 21 aprile il tribunale ha quindi condannato Masha a 21 giorni di carcere e, cinque giorni dopo, il ministero di Giustizia ha inserito il suo nome nella lista dei ricercati. Al momento nessuno sa dove si trovi. Ma in molti scommettono che si farà presto sentire.

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