New York, l’albero di Natale più famoso al mondo è "figlio" di un italiano

Una storia resa nota solo pochi anni fa, quando il New York Times intervista la nipote di Cesidio Perruzza. È lui, emigrante italiano, il primo uomo a far nascere la tradizione dell’albero di Natale al Rockefeller Center

Si è acceso l’albero di Natale più famoso del mondo, quello del Rockefeller Center di New York. Ma in pochi conoscono la sua storia. La tradizione di questo albero inizia negli anni della grande depressione dall’idea di un italiano: Cesidio Perruzza. Lui nasce negli anni ottanta dell’Ottocento a San Donato Val di Comino, un piccolo paese in provincia di Frosinone. Da qui parte un grande racconto figlio del cuore generoso un di emigrante italiano.

Cesidio ha la terza elementare e a vent’anni, nel 1901, si imbarca verso gli Stati Uniti in cerca di lavoro. Viene assunto come scavatore e dinamitardo. Ma è un mestiere pericoloso. Spesso gli italiani immigrati in America lavorano alle dipendenze di supervisori irlandesi molto duri. Non è una vita facile. Perruzza, come molti altri italiani, sgombra l’intera Manhattan Island per fare posto alle Nazioni Unite, alla metropolitana di Sixth Avenue, al Madison Square Garden. E, ovviamente, al Rockefeller Center, a cui regala l’albero di Natale. Impara piccoli mestieri e nel frattempo osserva e lavora.

Cesidio, prima di partire per il nuovo mondo, si sposa in Italia con Gerarda Cucchi, una ragazza di sedici anni. Lui ne ha diciannove. Parte per primo e, col tempo, riesce a spedire alla giovane moglie, incinta, un biglietto di prima classe per il suo viaggio. La coppia non tornerà mai indietro. Comprano una casa a Brooklyn e qui crescono quei dieci figli nati dalla loro unione. Josephine, la più piccola, ricorda che facevano il vino in cantina e che i suoi fratelli andavano a lavorare con il padre, ma non eseguivano mai i compiti più pesanti. A quelli ci pensa sempre Cesidio. Perruzza lavora fino a settant’anni, tanto che il giornale The Daily News gli dedica un articolo intitolato: “Come essere un dinamitardo a 70 anni: evitare sbornie”. Poco dopo va in pensione per prendersi cura della moglie malata. Entrambi muoiono nel Massachusetts nel 1972, dove si sono trasferiti in seguito a una rapina subita nella casa di Brooklyn. In cerca di pace.

Il 4 dicembre 2019 vengono accese, per l’ottantottesima volta di fila, le luci dell’albero di Natale del Rockefeller Center di New York. È quello più famoso della città. Visitato ogni anno da quasi tre milioni di persone e con ogni probabilità il più famoso al mondo. La cerimonia di inaugurazione, dove Gwen Stefani canta “You make it feel like Christmas”, viene seguita da centinaia di migliaia di persone in tv e dal vivo dal sindaco, Bill de Blasio, e da mezzo milione di persone, tra cui, come ospite d’onore, la donna che ha donato l’albero, Carol Schultz.

Lo compra nel 1958 e lo porta a casa sua nella città di Village of Florida, a Orange County (nello stato di New York): era così piccolo che si poteva appoggiare su tavolino. Schultz lo pianta in giardino e lo decora Natale dopo Natale. “Gli dicevo sempre: un giorno finirai al Rockefeller Center e da vecchio sarai un albero bellissimo”, racconta ai giornalisti la signora ormai anziana. “Quando lo vedrò illuminato dalle lucine, probabilmente mi metterò a piangere”, aveva confessato prima dell’accensione a Nbc. Cosa puntualmente accaduta.

L’albero in questione è, come da tradizione, un abete rosso alto 23 metri (l’altezza è generalmente compresa tra i 21 e i 30 metri). Ha tra i 70 e i 75 anni. Viene tagliato il 7 novembre e arriva nella Rockefeller Plaza il 9 novembre. Qui viene decorato con oltre 50 mila luci Led multicolore e con una nuova enorme stella Swarovski sulla punta. Nel giorno di Natale resterà illuminato per 24 ore di seguito. Il 7 gennaio sarà l’ultimo giorno di festa. E poi, una volta spento, sarà trasformato in legname e donato alla società di beneficenza Habitat for Humanity per costruire case destinate ai bisognosi. Questa è solo l’ultimo capitolo di una storia nata quasi un secolo fa da un operaio sognatore con il cuore ciociaro. Un dinamitardo che non aveva paura della felicità.

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