Poli-Tong vuol dire fiducia

È la storia di come abbiamo costruito insieme una rete solida, per la crescita umana, culturale e professionale dei nostri giovani, tra la Cina e l'Italia

La mia relazione stabile con la Cina inizia a fine 2005, quando fui eletto rettore del Politecnico di Torino. Durante i miei primi incontri con il mondo imprenditoriale del territorio, l'allora presidente dell'Unione Industriali di Torino, Gianfranco Carbonato, mi rappresentò un problema che lo angustiava: il numero di aziende piemontesi con relazioni industriali e commerciali con la Cina era in netto aumento, ma queste imprese incontravano un serio problema di ritorno degli investimenti, in termini di formazione del personale cinese nelle sedi del grande Paese asiatico, per via del veloce turn-over.

Un sistema di relazioni

Il tema era quello di fidelizzare i lavoratori cinesi nei loro rapporti con le aziende italiane, dunque creare un legame più stretto, che andasse oltre al semplice contratto di lavoro. Da professore, oltre che da rettore, pensai ai miei studenti, ai legami e alle amicizie che l'università contribuisce a saldare nel tempo. Così cominciai a mettere in piedi un sistema più strutturato di relazioni, tra Politecnico e aziende, che permettesse agli studenti stranieri di venire a studiare a Torino con forme di tutoraggio e tirocinio nelle imprese, in modo da creare un rapporto di fiducia tra gli uni e le altre che potesse rappresentare una forma maggiore di stabilizzazione.

Cercai, insomma di trovare una soluzionestrutturale a un bisogno pratico, rappresentatomi dal mondo imprenditoriale italiano. Iniziammo a creare un sistema di reti universitarie, tenendo presente che l’idea era quella di coinvolgere non soltanto gli studenti dei corsi di laurea magistrale, ma anche di primo livello. Dunque bisognava parlare anche con le scuole superiori cinesi, se volevamo far arrivare in Italia anche le matricole. Allora, al Politecnico di Torino, gli studenti stranieri erano circa il 2,5% dei 20mila totali. E i cinesi solo 27. Il numero andava incrementato. Perché ciò avvenisse era necessario creare corsi di laurea in lingua inglese. E così facemmo, a partire dai primi anni per poi pianificare interi corsi di studi in lingua, paralleli a quelli in italiano.

Il Poli-Tong

Iniziai a fare la spola con la Cina, quattro-cinque volte l’anno, per incontrare i loro atenei e, anche grazie alle reti delle aziende italiane, a fare promozione nelle scuole superiori grazie ai dipendenti cinesi delle imprese nazionali. Il primo accordo fu siglato nel 2006 con l’università di Tongji a Shanghai. Creammo il Poli-Tong con il Politecnico di Milano e la Tongji University, un percorso universitario comune, per studenti italiani e cinesi, che prevedeva di studiare alternativamente nei due Paesi, contribuendo a rafforzare le relazioni umane e culturali, oltre che professionali, tra Italia e Cina.

Da questo primo accordo, grazie al lavoro incessante del Politecnico di Torino, ma anche delle imprese italiane e del nostro consolato, e dell’interesse e dell’impegno degli atenei e delle scuole superiori cinesi, abbiamo costruito una rete di collaborazione salda ed eciente, che ha rappresentato l’elemento determinante per il successo dell’iniziativa, anche nella risoluzione dei problemi che abbiamo incontrato strada facendo. Un esempio su tutti, quello dei visti per gli studenti. Per ottenerlo, i giovani cinesi devono prima aver su perato il Gaokao, più o meno il loro esame di maturità. Ciò determinava un ingolfamento delle richieste, concentrate tutte nello stesso periodo, nel mese di agosto. Pensammo quindi di aiutare il consolato inviando personale del Politecnico a sostegno.

Mano a mano che le relazioni si intensificavano e si saldavano, abbiamo incominciato a pensare anche a siglare accordi per la didattica, la ricerca, per il dottorato dopo il secondo anno e per le borse di studio sia in Italia che in Cina. Il Politecnico di Torino, durante il periodo delle immatricolazioni, ha iniziato a prevedere a Torino, nei nostri uci, personale cinese dedicato per guidare gli studenti cinesi nelle pratiche di registrazione, così come la banca dentro l’ateneo, per aiutarli ad aprire un conto. Grazie a un accordo con la Questura, abbiamo stabilizzato postazioni all’interno dell’università per il rilascio dei permessi di soggiorno, e con l’Ente per il diritto allo studio, abbiamo stabilito una quota di alloggi da riservare agli studenti provenienti dalla Cina. Infine, la mensa del nostro campus ha cominciato a servire pasti con opzioni etniche e cinesi sempre più frequenti, per favorire l’integrazione degli studenti provenienti ormai da oltre 60 paesi nel mondo.

Tutte queste azioni sinergiche hanno contribuito a creare un ambiente accogliente e amichevole che ha riscritto i numeri del Politecnico. Quando ho lasciato il mio posto di rettore, nel 2011, l’ateneo aveva ormai oltre 24mila studenti, ma la quota di stranieri era balzata oltre il 15%, con almeno 2000 giovani provenienti dalla Cina. Negli anni abbiamo anche imparato qualcosa di più, cercando gli studenti cinesi più brillanti non tanto nelle grandi città, ma nelle zone dove il punteggio del Gaokao per accedere alle università all’estero è più alto. Nel frattempo, le mie relazioni con la Cina si intrecciavano anche personalmente.

Mio figlio Giulio per diversi anni ha lavorato nel Paese asiatico, prima per un’azienda automobilistica e poi per il colosso delle telecomunicazioni Huawei. Ai miei viaggi professionali, dunque, si sono aggiunti quelli familiari e di piacere. E anche quelli istituzionali: infatti, per i casi della vita, ho rincontrato qualche anno fa per lavoro l’ex rettore dell’università Tongji, con cui firmai il primo accordo nel 2006. Entrambi eravamo in altre vesti: lui ministro delle tecnologie del governo cinese, io ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca di quello italiano.

L’Autore è Francesco Profumo, presidente di ACRI - Associazione di Fondazioni e di Casse di Risparmio Spa e già ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca scientifica.

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