Fumata bianca

Polizia per impedire la messa, vescovo prigioniero. Il "martirio" della Chiesa

In Nicaragua continua la repressione del regime di sinistra contro la Chiesa. Un vescovo è stato circondato e tenuto prigioniero in casa

Polizia per impedire la messa, vescovo prigioniero. Il "martirio" della Chiesa

Uno dei dossier più caldi al Palazzo Apostolico è quello relativo al Nicaragua dove, come ha avuto modo di affermare il cardinale salvadoregno José Gregorio Rosa Chávez, "la persecuzione subita dalla Chiesa cattolica da parte delle autorità governative è attualmente il caso di martirio più orrendo nella regione". Un giudizio che arriva da una voce autorevole: Rosa Chàvez, infatti, è stato amico d'infanzia e poi stretto collaboratore del vescovo Oscar Romero, ucciso nel 1980 dagli squadroni della morte in San Salvador mentre celebrava messa e canonizzato nel 2018 da papa Francesco.

Quello nicaraguense è un dossier delicato per la Segreteria di Stato vaticana perché l'escalation di tensioni interne ha portato lo scorso marzo all'espulsione del nunzio apostolico, monsignor Waldemar Stanislaw Sommertag. La Chiesa cattolica è sotto attacco ormai dal 2018, anno in cui il presidente Daniel Ortega ordinò una dura repressione delle proteste sociali contro la quale si schierarono pubblicamente vescovi e sacerdoti locali. Già all'epoca si verificarono casi eclatanti, con paramilitari sandinisti che irruppero in chiesa sparando e un cardinale, l'arcivescovo Leopoldo Brenes, addirittura preso a schiaffi. In questi anni la situazione è peggiorata ulteriormente: secondo un'inchiesta curata dall'avvocato Martha Molina Montenegro, dal 2018 ad oggi ci sarebbero stati 190 attacchi e profanazioni ai danni di edifici religiosi.

In questi giorni il governo autoritario di Ortega ha mostrato ancora una volta il suo volto più feroce nei confronti della Chiesa cattolica, chiudendo cinque radio cattoliche nel dipartimento di Matagalpa. Una misura repressiva che si aggiunge alla chiusura della televisione della Conferenza episcopale e al ritiro dei permessi ad operare per un centinaio di Ong cattoliche. Ma l'immagine che sta facendo il giro del mondo e che è diventata il simbolo della persecuzione in atto nel Paese dell'America Centrale arriva da Matagalpa e vede protagonista il vescovo, monsignor Rolando Álvarez. Nella foto lo si vede con le mani alzate, inginocchiato e circondato da uomini armati in divisa. Giovedì scorso la polizia gli ha impedito lasciare la sua abitazione e di recarsi nella cappella della Curia per celebrare una messa che aveva annunciato. Il presule, in compagnia di sei sacerdoti e sei laici, è rimasto bloccato all'interno dell'edificio sorvegliato dai poliziotti in antisommossa mentre i fedeli lo attendevano per la celebrazione. Monsignor Rolando Álvarez, noto per i suoi sermoni di denuncia contro gli abusi di potere in Nicaragua, non si è lasciato intimidire ed è sceso in strada per benedire i fedeli e gli agenti stessi con il Santissimo Sacramento esposto nell'ostensorio. "Siamo qui solo con il nostro unico potere, che è Gesù sacramentato", ha detto il vescovo sfidando le armi della milizia di Ortega.

Le autorità hanno provato a giustificare il trattamento riservato al vescovo accusando lui e la Chiesa di "organizzare gruppi violenti incitandoli a compiere atti di odio contro" il governo. Ai vescovi e ai sacerdoti nicaraguensi sotto attacco è arrivata la solidarietà del Celam, l'organismo che raggruppa i vescovi dell'America Latina. Mentre si moltiplicano gli appelli affinché il Papa condanni pubblicamente il clima d'odio contro la Chiesa cattolica instaurato da Ortega e dai suoi nel Paese. Álvaro Leiva Sánchez, segretario generale dell'Associazione nicaraguense per i diritti umani, ha scritto più lettere a Francesco ed è recentemente arrivato ad accusare il Vaticano di "silenzio assordante". C'è attesa, dunque, per l'Angelus domenicale durante il quale si scoprirà se il pontefice dirà qualcosa su quanto sta avvenendo in queste ore dall'altra parte del mondo. Lo aveva fatto quattro anni allo scoppio delle proteste represse brutalmente, esprimendo dolore per "le gravi violenze, con morti e feriti, compiute da gruppi armati per reprimere proteste sociali".

Sempre nel 2018, Bergoglio aveva scritto una lettera al presidente Ortega, invocando "fraterna riconciliazione e una pacifica e solidale convivenza" nel Paese. Una mano tesa che però è stata respinta dal governo sandinista, come dimostrato dalla cacciata del nunzio apostolico, monsignor Waldemar Stanislaw Sommertag definita "un atto incomprensibile" in un comunicato della Santa Sede. Ancora una volta, la colpa dell'inviato papale sarebbe stata - agli occhi delle autorità governative - il ruolo di mediazione tentato con le opposizioni anche a favore della liberazione di quelli che lui stesso - suscitando l'ira di Managua - avrebbe definito "prigionieri politici".

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