Usa, se l'anti razzismo penalizza gli asiatici

Ad Harvard, come in altre università e college degli Stati Uniti, gli studenti asiatici hanno molte meno probabilità di essere ammessi rispetto ai coetanei neri. Il razzismo in salsa liberal

Usa, se l'anti razzismo penalizza gli asiatici

Secondo l'enciclopedia Treccani, l'affirmative action - "azione positiva" - rappresenta quell'insieme di misure che possono essere intraprese da imprese o da altre istituzioni, quali università o istituzioni politiche, volte alla rimozione degli ostacoli che di fatto contrastano la realizzazione delle pari opportunità in ambito lavorativo ed educativo. Negli Stati Uniti è in corso un dibattito sul futuro delle affirmative action nelle Università e dei college: l'abuso di questo strumento normativo a favore di una minoranza razziale piuttosto che di un'altra sta infatti innescando un vero cortocircuito, nel quale la minoranza gli studenti afroamericani si ritrovano a essere fortemente avvantaggiati rispetto ad altre etnie, come gli asiatici. A parità di merito uno studente cinese, infatti, ha molte meno probabilità di entrare a Harvard rispetto a un afroamericano.

I dati parlano chiaro: il 12,7% degli studenti asiatici riesce ad essere ammesso, rispetto al 56,1% dei loro coetanei neri con capacità simili. Ciò è dovuto principalmente alle scarse valutazioni personali che le commissioni d'ammissione di Harvard assegnano costantemente ai candidati asiatici sulla base di valutazioni del tutto soggettive. Non è ingiusto e inutilmente discriminatorio? È in armonia con i valori di libertà e uguaglianza occidentali e americani? Il razzismo è solo quello contro gli afroamericani?

Usa, la battaglia contro l'Affirmative Action

È un paradosso tipico del politicamente corretto liberal e dell'isteria woke, dove la società viene atomizzata in tante piccole minoranze in competizione fra loro. Fomenta ulteriori divisioni, generando una società tutt'altro che unita e solidale. Secondo la stampa americana, ora la Corte Suprema a maggioranza conservatrice potrebbe presto dichiarare che l'ammissione al college su base razziale "incostituzionale". Students for Fair Admissions, un'organizzazione che si batte contro l'affirmative action fondata da Edward Blum, ha citato in giudizio l'Università di Harvard e l'Università della Carolina del Nord per presunta discriminazione nei confronti degli studenti asiatici americani e bianchi nelle ammissioni.

Lo scorso gennaio la Corte Suprema ha deciso di prendere in esame i due casi e di riesaminare l'efficaca dell'affirmative action. I tribunali di grado inferiore si erano pronunciati a favore di Harvard e dell'Università della Carolin nel Nord rispettivamente nel 2019 e nel 2021, spiegando che le università consideravano la razza senza mantenere le quote razziali, il che è legale ai sensi della decisione della Corte Suprema dell'Università della California contro Bakke del 1978. Ora però la palla passa alla Corte Suprema. Linda Greenhouse, docente e ricercatrice senior presso la Yale Law School, citata dal Yale Dale News, spiega che è "estremamente improbabile" che la corte si schieri con le università e sostenga l'affirmative action.

Se il politicamente corretto discrimina gli asiatici

Nell'estate del 2020, come scriveva Federico Rampini su La Repubblica, l'Università della California, il più grande sistema universitario pubblico degli Stati Uniti, annunciava la decisione di riabilitare l'affirmative action - eliminato nel 1995 - per venire incontro al movimento Black Lives Matter e all'onda emotiva dell'assassinio di George Floyd, ripristinando le contestate corsie di accesso preferenziali agli studenti di colore nell'istruzione superiore. A protestare furono non tanto gli studenti bianchi, quanto gli asiatici, primo gruppo etnico dell'ateneo. Secondo Crystal Lu, la presidente dell'associazione dei cinesi nella Silicon Valley, l'università pubblica dello stato progressista per antonomasia stava andando "a retromarcia nella storia", verso il "ritorno al favoritismo razziale".

In attesa della decisione della Corte Suprema, il tema continua a dividere l'opinione pubblica americana. La deputata di origini sudcoreane Young Kim, rappresentante della California per il partito repubblicano, osserva su Fox News che "dobbiamo giudicare gli individui in base ai loro meriti, e non possiamo guardare alla razze o all'etnia solo per soddisfare le minoranze. Tutti hanno bisogno di lavorare sodo, e questa è l'America. Sono un'immigrata. Quando sono venuta negli Stati Uniti da giovane, Non parlavo una parola di inglese, ma questo non mi ha impedito di lavorare sodo", ha detto Kim. Parole di buon senso in una società dove la "vittimizzazione" a ogni costo è la norma.

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