Usa, lo scontro Gop-Dem finisce in tribunale: così si infiammano le elezioni

Il ridisegno dei distretti dopo il censimento finisce nelle aule di tribunale. I due partiti si accusano a vicenda. E tra le mosse della Casa Bianca e la questione razziale si rischiano nuove tensioni

Usa, scontro Gop-Dem finisce in tribunale: così si infiammano le elezioni

Gli Stati Uniti si apprestano ad entrare in un nuovo periodo di campagna elettorale per il voto di metà mandato che si terrà l’8 novembre, per il rinnovo di gran parte del Congresso (la Camera per intero e un terzo del Senato) e di 34 su 50 governatori degli Stati. Il clima è avvelenato, non solo a causa della polarizzazione ideologica fra destra e sinistra che si è intensificata dopo le presidenziali del 2020, ma anche per la redistribuzione dei collegi elettorali. Andrà tutto bene, se ci si limiterà ad un discorso di Repubblicani e Democratici intenti a disegnare le mappe elettorali ciascuno a proprio favore. Andrà molto male, invece, se alla contrapposizione destra-sinistra, si unirà anche quella bianchi-neri, una questione razziale che si sovrappone a quella ideologica e l’amplifica. Ed è questo il vero rischio delle prossime elezioni.

La questione dei collegi

La mappa dei collegi elettorali viene ridisegnata dagli Stati dopo ogni censimento decennale. L’ultimo è stato effettuato nel 2020 e dunque, a novembre, si voterà per la prima volta con i nuovi collegi. Il disegno dei confini elettorali è chiamato “gerrymandering”, dal nome di Elbridge Gerry, uno dei padri fondatori degli Usa e governatore del Massachusetts che, dopo il censimento del 1810, ridisegnò i confini dei collegi con criteri incomprensibili da un punto di vista demografico e geografico. Uno di questi era detto “collegio-salamandra” per la sua forma bizzarra. Un senso lo aveva: le frontiere erano fatte in modo da includere tutti gli elettori del Partito Democratico-Repubblicano (formazione che non esiste più, da cui sono nati entrambi i partiti odierni) nei collegi in cui erano maggioranza e diluire quelli in cui erano minoranza.

Le stesse cose le vediamo anche dopo il censimento del 2020. I Democratici accusano i Repubblicani di essere maestri del gerrymandering fazioso, tant’è vero che nella loro proposta di riforma elettorale, bocciata il mese scorso dal Senato, c’era anche il divieto nazionale del “partisan gerrymandering”. Tuttavia, a loro volta, si stanno dimostrando dei maestri nell’arte del disegno dei collegi, come nei casi degli Stati della California, dell’Illinois e del New York. La riforma in quest’ultimo si è vista affibbiare dai conservatori il nomignolo di “Jerrymandering”, perché il nuovo 10mo distretto pare disegnato apposta per garantire la rielezione del deputato Jerry Nadler. Ed ha, osservandolo sulla mappa, una forma stranissima, a spirale, molto più della “salamandra” di Gerry.

La battaglia nei tribunali

Molte di queste riforme stanno finendo in tribunale. La Corte Suprema si è appena espressa, con un parere, sul caso dell’Alabama, altri contenziosi legali sono in corso in Carolina del Nord, Ohio e Texas. I casi più leggeri, i primi due, riguardano “solo” il timore che i nuovi collegi siano disegnati con criteri troppo partigiani. Ma i casi più seri sono a sfondo razziale. Ed è questo aspetto che può trasformare in tragedia una farsa elettorale.

Dopo il censimento del 2020, l’Alabama, governata dai Repubblicani, ha adottato una nuova mappa che mantiene intatti i rapporti fra i collegi a maggioranza bianca e quelli a maggioranza afro-americana. In questo modo, sei seggi della Camera sono assegnati a collegi a maggioranza bianca e uno solo a maggioranza nera. Gli afroamericani sono il 27% della popolazione votante, ma esprimono solo il 14% dei rappresentanti. Il Naacp, la più antica organizzazione in difesa dei diritti degli afroamericani ha impugnato la nuova mappa e l’ha portata in tribunale. Il tribunale federale di Birmingham ha dato ragione agli avvocati dei neri. Ma il caso è finito in Corte Suprema, dove il verdetto è stato ribaltato.

Il 7 febbraio, con un voto 5 a 4, i giudici supremi hanno dato ragione allo Stato e hanno confermato, almeno fino alle elezioni di novembre, la mappa attuale. Il parere di minoranza, espresso dalla liberal Elena Kagan, dalla collega Sonia Sotomayor e dall’uscente Stephen Breyer, è grave, perché ritiene che la Corte abbia disatteso la Legge sul Diritto di Voto del 1965, che vieta ogni discriminazione alle urne. In compenso, il parere di maggioranza non entra nel merito. Si è espresso solo il conservatore (nomina di Trump) Brett Kavanaugh, assieme al più anziano Samuel Alito, in cui si sottolinea la necessità di non cambiare la geografia dei collegi a così pochi mesi dal voto.

I rischi in Texas

Il caso del Texas è potenzialmente altrettanto esplosivo. In quel caso, non sono state delle associazioni locali, ma lo stesso dipartimento di Giustizia dell’amministrazione Biden che, a dicembre, ha accusato i Repubblicani locali di aver ridisegnato i distretti in modo da discriminare la popolazione latino-americana. Anche in questo caso, il governo federale si appella alla Legge sul Diritto di Voto. In Texas, i latinos sono la metà della popolazione e danno la spinta maggiore alla crescita demografica dello Stato meridionale. Dopo l’ultimo censimento i collegi in Texas sono aumentati, da 36 a 38, ma i nuovi due seggi (ed è questo quel che contesta il dipartimento di Giustizia) sono assegnati a collegi a maggioranza bianca anglosassone.

Tuttavia, contrariamente all’Alabama, qui si pone anche un altro problema giuridico: il fatto che sia il governo federale e riprendere e cercare di correggere una questione locale. Le leggi elettorali e tutti gli annessi e connessi, infatti, spettano agli Stati. Sia con la riforma elettorale (bocciata), sia con questi metodi, l’amministrazione Biden dimostra di voler controllare dal centro quel che è sempre stato un insieme di tante elezioni locali.

Oltre al centralismo Democratico, sempre più evidente, anche la questione razziale viene usata in modo, a dir poco, problematico. La sinistra americana dà per scontato che il voto delle minoranze (neri o latino-americani) sia loro. Lo ha anche detto Biden, in una delle battute più disgraziate e contestate della campagna del 2020: “Se voti Trump, allora vuol dire che non sei nero”. La legge, nemmeno quella sul Diritto di Voto, invocata dalla sinistra, non prescrive di disegnare i confini dei collegi in base alle etnie. Anche quello, infatti, sarebbe una forma di razzismo: si stabilirebbe il principio che i rappresentanti in Congresso debbano essere proporzionali alla loro etnia di appartenenza e non più alle loro idee. Sarebbe stato un incubo anche per Martin Luther King, che sognava l’opposto.

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