Vaccini e green economy la sfida vincente di Boris

La lotta al Covid e il piano ecologico rilanciano la leadership di Johnson e il Partito conservatore

Vaccini e green economy la sfida vincente di Boris

A Boris Johnson nulla viene perdonato e nulla gli è risparmiato. Ai suoi tanti avversari (albionici e, soprattutto, continentali) lo schiaffo della Brexit brucia ancora e ogni occasione è buona per cercare di demolire lo zazzeruto inquilino di Downing Street. L'ultimo siluro in ordine di tempo è arrivato da Dominic Cummings, il sulfureo ex consigliere del premier, licenziato a novembre dopo l'ennesima litigata con Johnson e (sembra) Carrie Symond, la bionda e assai invasiva fidanzata di Boris. Nei mesi scorsi Cummings ha snocciolato alla stampa una serie di veleni su Carrie e il suo cagnolino e ora, da novello Yago, punta sull'obiettivo centrale, super Boris in persona. Il vendicativo Dominic si prepara infatti a testimoniare di fronte alla commissione d'inchiesta del Parlamento sulla gestione della pandemia minacciando rivelazioni scottanti o quantomeno imbarazzanti.
Il primo ministro si è detto «rattristato e deluso» dai comportamenti del suo antico alleato ma rimane «sereno e tranquillo». Vedremo. Intanto, mentre l'Europa annaspa, il Regno Unito è uscito rapidamente dal tunnel grazie allo spettacolare successo della campagna di vaccinazioni. Insomma, i britannici hanno ripreso una vita semi normale, dal 12 aprile negozi, palestre, pub e ristoranti sono aperti (e pieni) ed entro il 10 giugno ogni cittadino sopra i 18 anni avrà ricevuto almeno una dose di vaccino. Il superamento della crisi pandemica e l'ampio consenso ricevuto nelle elezioni locali dello scorso 6 maggio (con il crollo del Labour nelle sue ex roccaforti operaie come Hartlepool, espugnata dopo 57 anni), consentiranno a Johnson non solo di perfezionare la Brexit ma, anche e soprattutto, di lanciare definitivamente la Green industrial revolution, la rivoluzione industriale verde, l'ambizioso programma annunciato lo scorso 18 dicembre per trasformare il Regno Unito nel Paese leader al mondo per l'energia eolica. Obiettivo dichiarato: diventare una sorta di «Arabia Saudita del vento» e ridurre entro 2035 le emissioni nocive del 78%. La produzione nazionale, come lo stesso Johnson ha spiegato sul Financial Times, verrà quadruplicata fino a raggiungere i 40 Gigawatt, sufficienti a fornire energia a ogni abitazione entro il 2030, e darà vita a 250mila nuovi posti di lavoro.
Tanto vento ma non solo. Il passaggio all'eolico è, infatti, parte di un programma in dieci punti che prevede una altra decisiva serie di passaggi per arrivare nel 2050 a quota zero emissioni. Forti aspettative riguardano la produzione dell'idrogeno a basse emissioni di carbonio: per trasformare Londra nella prima città alimentata a idrogeno sono previsti impianti con una capacità di 5 GW, mentre nel 2028 600mila pompe di calore renderanno case, scuole e ospedali più efficienti e più ecologici. Grandi novità anche per i trasporti: decarbonizzazione totale per navi e aerei e stop dal 2030 alla vendita di nuove auto a benzina o diesel, dieci anni prima di quanto pianificato. Per accelerare il passaggio alla mobilità elettrica, Londra ha previsto 1,3 miliardi di sterline per una rete di punti per la ricarica e 500 milioni per favorire lo sviluppo della produzione su vasta scala di batterie. Intanto, mentre si prevede la messa a dimora di 30mila ettari d'alberi all'anno, si svilupperanno le tecnologie di stoccaggio delle emissioni di carbonio degli impianti industriali. L'obiettivo è rimuovere, sempre entro il 2030, 10 milioni di Co2 dall'atmosfera diventando il capofila mondiale delle tecnologie CCS (Carbon capture and storage). Altro punto qualificante (quanto controverso) del programma è il ricorso all'energia nucleare con una nuova generazione di piccoli reattori modulari. Una scelta che scontenta parte del mondo ambientalista ma che assicurerà oltre diecimila posti di lavoro.
La svolta green è anche propedeutica al ritorno di Britannia in Africa. L'anno scorso Boris ha riunito a Londra 21 stati africani e ha annunciato investimenti per aiutare la transizione a energie rinnovabili. Un discorso chiaro: «Un decennio fa eravamo una delle nazioni più ricche di carbone in Europa. Oggi siamo leader mondiali nell'offshore. Generiamo regolarmente più energia elettrica da fonti rinnovabili che da combustibili fossili. E ci siamo quasi completamente liberati del carbone», aggiungendo che «non ha senso ridurre nel Regno Unito la quantità di carbone che bruciamo se poi ci spostiamo verso l'Africa e incoraggiamo gli Stati africani a usarne di più». Sulla questione ambientale nel 2020 Londra ha stabilito 19 trattati bilaterali, anche con paesi non ex colonie come il Gabon e l'Angola.
Così, forte della sua tabella di marcia, Johnson si prepara a ospitare a Glasgow il prossimo novembre la Conferenza dell'Onu sul cambiamento climatico, Cop-26. Una vetrina prestigiosa che posiziona la Gran Bretagna (e il suo leader) al primo posto a livello globale nella lotta contro l'effetto serra. Ovviamente la rivoluzione industriale verde dei conservatori britannici ha spiazzato una volta di più le icone e i profeti dell'ambientalismo ideologico. Eppure è una logica evoluzione di un pensiero ben radicato nell'universo dei Tories. Come ricorda Francesco Giubilei nel libro Conservare la natura, Johnson ha solo attualizzato e concretizzato i programmi del Conservative Environment Network e i pensieri del grande filosofo Roger Scruton. Tutto era già previsto. Leggere per credere.

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