Monet, pittore della luce testimone del mistero della vita

Una mostra che si appresta a chiudere i battenti e che ha superato il record di spettatori dell’estate. Stiamo parlando di «Monet» a Palazzo Reale, capolavori importanti e inediti che hanno potuto visitare non solo i lombardi ma anche molti turisti stranieri. L’esposizione, rimane aperta fino al 27 settembre, merita di essere vista da chi non avesse fatto in tempo a visitarla finora, perchè si tratta davvero di un’occasione unica. A partire dalle foto che, nel primo Novecento, ritraggono Claude Monet nel suo giardino-eremo di Giverny. Rimandano l’immagine di un vecchio burbero, più contadino che artista, scattata da Nadar. «Padre» degli Impressionisti (è dal titolo del suo quadro «Impressinismo sol è il levenat» che prenderà il nome il genere), non solo rifiuterà sempre l’idea di appartenenza a una corrente pittorica, ma per tutta la vita mostrerà assoluto disprezzo per le teorie e la teorizzazione dell’arte. Eppure, a ben guardare, l’impietosa definizione de Cèzanne «ha solo un occhio» si rivela ben più profonda di quanto il brillante rivale avrebbe potuto immaginare, perchè guell’occhio inimitabile conteneva al proprio interno il succedersi delle luci e dei colori della natura che egli stesso era riuscito a costruirsi intorno, trasformando il suo rifugio di Giverny, a due passi da Parigi, nel più straordinario «cavalletto» di cui un pittore potesse disporre. L’occhio, la luce, la natura, sono gli elementi che stanno alla base della bellissima mostra «Monet. Il tempo delle ninfee», a cura di Claudia Beltremo Cecchi (catalogo Giunti) ospitata appunto nelle sale di Palazzo Reale. Costruita dagli ultimi pannelli dell’estrema vecchiaia, incentrata sulle ninfee e sui cartoni preparatori dei novanta vetri dell’Orangerie che Andrè Masson definì «La Cappella Sistina dell’Impressionismo», l’esposizione ne rintraccia le origini nella stupefacente serie di 53 stampe dei grandi maestri giapponesi Hokusai e Hiroshige, provenienti dal Museo Guimet (Monet fu tra i pittori a lui contemporanei, il più grande collezionista di stampe giapponesi), nonchè nei grandi dipinti di fiori, tra cui i famosi «Glicini» di tre metri di lunghezza, che sono il vanto del museo Marmottan di Parigi. Ancora, la mostra si avvale di una preziosa raccolta di fotografie giapponesi dell’Ottocento realizzate da Felice Beato e da alcuni dei maggiori fotografi dell’epoca, poi dipinte a mano, che raccontano le verità fotografiche a fronte di quella pittorica, l’occhio «tecnico» e quello magico che ci inseguono, si sovrappongono, si scambiano le parti. Il risultato, insomma, è una mostra una e trina, la natura che si fa giardino giapponese, il giardino che si trasforma in icona, e in assenza, l’artista che si scopre giardiniere e pianta i suoi fiori e le sue ninfee al solo scopo di poterle ammirare e studiarne i colori ... Da prima Monet affitta quel terreno, lo coltiva lui stesso e successivamente con il successo della sua arte si permette dei veri giardinieri che lo rendono ancora più bello. Diventato ricco, non volle mai lasciare nè la casa contadina ne il grande spazio di verde di Giverny, circondato da canali e da ponticelli di legno sotto i quali ormeggiavano piccole barche di legno. Tutto è rimasto come allora. Ammirando «La barca» del 1887», «Ninfee» dal 1914 al 1917, «Gli orgopanti» del 1914, «Lo stagno con ninfee», possiamo comprendere quanto l’espressionismo astratto era già presente ai primi del Novecento grazie al genio di Monet e agli altri impressionisti, nonchè al grande iniziatore della pittura moderna Cèzanne. Si esce da Palazzo Reale immersi in un’aurea di panteismo immateriale e atemporale, consapevoli di quanto 1’astrattismo del secolo scorso sia debitore a questo pittore della luce che raccolse nel suo «occhio» il mistero della vita.

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