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Il moralista che predica laicità caduto sui rimborsi gonfiati

Il chirurgo prova a fare il terzo incomodo e cerca di imporre questioni etiche come il testamento biologico. Lo scandalo del 2002? "È solo un complotto"

Il moralista che predica laicità caduto sui rimborsi gonfiati

Il terzo «non sa dove andare, ma comunque ci va». Guanti di lattice e bisturi impugnato per recidere ogni sozzo bubbone dalla carcassa malmessa del Pd, il dottor Ignazio Marino procede sulle ali di un sacro fuoco senza coordinate. Con il ruolo di Savonarola già occupato da Beppe Grillo, il chirurgo eticamente sensibile può interpretare il giustiziere modello Charles Bronson pronto a giurarla ad ogni vile marrano che non affronti i problemi morali. E qui - in buona sostanza - si chiude il suo programma. E si apre la polemica.
Già, perché i sepolcri imbiancati sono come le scarpe scamosciate: si sporcano alla prima pioggia. E sul curriculum del professore-candeggiante è piovuto un documento pubblicato dal Foglio: una lettera dell’università di Pittsburgh datata 2002, in cui si accoglievano le sue dimissioni dall’istituto dei trapianti Ismett di Palermo in seguito a «intenzionali irregolarità nella compilazione dei rimborsi spese». Ottomila euro di noticine gonfiate. Che secondo Marino sarebbero state segnalate proprio da lui all’amministrazione.
È in politica solo dal 2006, ma il professore ha comunque già capito tutto e ha gridato alla polemica creata ad arte da un quotidiano anti-abortista e anti-eutanasia che lo vedrebbe come il fumo negli occhi per la sua crociata per il testamento biologico. Che è un po’ la specialità della casa di questo senatore cattolico-ma-laicista che raccoglie maree di applausi tra i «lingottini» del Pd, tra i circoli omosessuali e da quelli di Micromega e si è candidato per ripicca: «Se gli altri non parlano di questioni etiche, corro anch’io». E dato che per Bersani e Franceschini il tema scotta come l’abbacchio, lui alla fine si è gettato nella gabbia delle tigri. Dove se ti porti una succulenta vicenda di rimborsi spese gonfiate, vieni sbranato.
Comunque, la prima cosa da fare? «Portare un tavolo rotondo nella segreteria del Pd». Con un bell’elettrocardiografo di fianco per registrarne l’ora del decesso quando si staccherà la spina. Perché la candidatura Marino è una terapia intensiva: «Facciamo a meno della Binetti, che non pensa che i diritti siano di tutti», ha tuonato. Ma prendersela coi teodem ormai è passatempo più popolare del sudoku. Meglio dunque insultare tutta la base del Pd. L’impresa, oggettivamente complicata, gli è riuscita all’indomani della cattura del presunto stupratore romano Luca Bianchini, tesserato del Pd: «È evidente che c’è una questione morale grossa come una montagna», ha sbottato il prof. brandendo la spada di fuoco del castigamatti. Gli altri dirigenti lo hanno vivisezionato senza anestesia a colpi di «strumentalizzatore» e «calcolatore», con l’eccellenza di Rosy Bindi che ha chiosato: «Non ha né il cuore né l’intelligenza per guidare il Pd».
Ma lui tira avanti. Si prende del «pollo», punta tutto su Beppino Englaro - «eroe» per aver fatto morire la figlia Eluana - e spiega come ai tempi del suo impegno in Sicilia avesse stoicamente resistito alle pressioni della giunta Cuffaro. Marino, Athos distinto e coraggioso, luminare illuminato, gonfia il petto. Solo quello, senza allusioni alle note spese, eh!

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