Leggi il settimanale

Il poeta ruvido che portò il cielo d'autore nella stanza della musica pop

Gino Paoli è morto l’altra notte nella sua casa di Genova. Aveva 91 anni. Era nato a Monfalcone il 23 settembre 1934. È stato uno dei più grandi cantautori italiani grazie a brani come "Il cielo in una stanza", "Senza fine", "Quattro amici al bar". I funerali si terranno in forma strettamente riservata

Il poeta ruvido che portò il cielo d'autore nella stanza della musica pop

Quando poi i suoi occhi azzurri incrociavano i tuoi, ecco, solo allora, solo in quel momento, si aprivano le feritoie del suo animo. Chiuso era chiuso, Gino Paoli, ostico e insormontabile per chiunque non usasse il grimaldello dei suoi versi, delle sue canzoni per capire, o provare a farlo, uno dei pochi, veri poeti selvatici della nostra canzone d'autore.

Era nato a Monfalcone provincia di Gorizia, anno 1934, figlio di Aldo ingegnere navale e di Rina casalinga innamorata del pianoforte, ed era ancora in fasce quando arrivò a Genova che è stata quindi la sua culla, la sua palestra e sarà la sua tomba ora che se ne è andato serenamente dopo un breve ricovero in clinica e l'addio nella casa vista mare tra Quinto e Nervi, di fianco a sua moglie Paola, la vera donna della sua vita perché l'ha conosciuto giovanissima e gli è stata vicino con il garbo e la forza di una grande signora.

Lei è la custode ultima e definitiva della memoria di un uomo così libero che oggi, al tempo dell'omologazione, sembra impossibile. Voleva fare il pittore, aveva imparato ad amare il jazz e i ritmi afroamericani grazie ai V Disc, i cosiddetti «dischi della vittoria» che avevano i soldati americani in Italia: «Loro me li davano i cambio dei pomodori e del basilico del nostro orto». Era un ribelle, questo ragazzo sempre vestito di nero, non finì il Liceo Scientifico ma diventò uno dei Diavoli del Rock che racimolavano qualche spicciolo alle feste studentesche del pomeriggio. Così conosce Luigi Tenco, Umberto Bindi, Fabrizio De André, Gian Franco e Gian Piero Reverberi, Giorgio Calabrese, Bruno Lauzi, tutti in fuga dalle «canzoni commestibili», come le chiamava Italo Calvino, e dagli stereotipi dell'Italia che rinasceva. La scuola genovese, praticamente la Liverpool italiana.

Scrive qualche canzone, poi arriva La gatta, che all'inizio vendette soltanto 66 copie, cioè nulla, e attese che Il cielo in una stanza, ispirata da un incontro in una casa chiusa in Vico dei Castagna, passasse per la voce di Mina e diventasse il più bel pezzo della canzone d'autore italiana.

Lì ripartono le vendite de La gatta, ah il passaparola!, e Gino Paoli diventa una delle meraviglie più inattese e sorprendenti dello spettacolo italiano, non era bello, non era un «urlatore», non era neppure simpatico ma era unico e vinceva proprio per questo. Era sposato con Anna Fabbri ma si innamorò di Ornella Vanoni e tutti sanno che cosa accadde. Lui scrisse canzoni enormi come Senza fine o Che cosa c'è, si separarono, si ripresero, poi arrivò Stefania Sandrelli che era minorenne e, nel 1962, l'unione con un uomo sposato creò uno scandalo che oggi ce lo scordiamo.

Figurarsi poi quando lei rimase incinta e lui era appena padre di suo figlio Giovanni, morto spietatamente un anno fa il 7 marzo, roba che i rotocalchi ci marciarono per mesi. Nasce Amanda, che cresce praticamente con il fratello Giovanni perché la mamma Anna la accolse come una figlia.

Gino Paoli viveva però nel suo mondo, ruvido e istintuale e tremendamente ispirato. Scrisse Sapore di sale che, grazie anche all'arrangiamento di Ennio Morricone, si rivelò nel brano più venduto della carriera. Conosce Lucio Dalla e lo aiuta a crescere e pure ad andare al Festival di Sanremo, dove si esibì nell'anno in cui morì Luigi Tenco: «Mi arrabbiai da matti con Lucio, lo appesi a un muro perché cantò anche il giorno dopo la morte di Luigi e il suo brano si intitolava Bisogna saper perdere, accidenti con quel titolo no, non doveva cantare».

Questo era Gino Paoli, inflessibile.

Aveva iniziato a bere tanto quasi per sfida con Sergio Bernardini proprietario della Bussola di Pietrasanta, poi si sparò «per noia» e scelse di mirare al cuore «per non urtare la sensibilità di chi mi avrebbe visto dopo». Ma il proiettile si fermò nel pericardio e lì è rimasto senza fare danni «anche perché pure il più famoso dei cardiologi mi ha detto di lasciarcelo stare». Alla fine degli anni Sessanta e all'inizio dei Settanta Gino Paoli è nel buio dell'ispirazione e della dipendenza, nonostante buoni dischi come Le due facce dell'amore e I semafori rossi non sono Dio, che rappresentano il suo lato «impegnato». È il momento del passaggio tra i due Gino Paoli, il momento forse più difficile. Il successo ritorna quasi all'improvviso con Una lunga storia d'amore, scritta per la colonna sonora di Una donna allo specchio con la Sandrelli e poi l'anno dopo con il tour insieme a Ornella Vanoni (quello con Ti lascio una canzone), insomma la rinascita di fianco alle due donne celebri della sua vita. Gino Paoli diventa parlamentare del Pci ma si iscrive al gruppo indipendente perché «io non ho partito», nel 1992 chiude anche questa parentesi perché nel frattempo Quattro amici al bar aveva vinto pure il Festivalbar e ve lo immaginate Gino Paoli che vince il Festivalbar in mezzo a Paolo Vallesi e Sabrina Salerno, praticamente gli opposti che coincidono.

Poi c'è la presidenza della Siae, c'è grande musica, specialmente dal vivo, specialmente jazz con Danilo Rea.

E c'è un grande doppio disco che esce nel 2019, Appunti di un lungo viaggio, sostanzialmente il testamento di un uomo taciturno ma fulminante, osservatore isolato e commentatore arguto, cantautore prima dei cantautori e così libero da non avere vincoli se non quello di mettere la libertà prima di tutto.

Commenti
Pubblica un commento
Non sono consentiti commenti che contengano termini violenti, discriminatori o che contravvengano alle elementari regole di netiquette. Qui le norme di comportamento per esteso.
Accedi
ilGiornale.it Logo Ricarica