Lui dice che a giugno ci sono due cose sicure: «Il caldo e i tour di Vasco». Essì, gli ingredienti qui a Rimini ci sono tutti, allo stadio Romeo Neri la temperatura è altina e Vasco Rossi ieri sera ha iniziato, con la data zero, un giro dei concerti negli stadi che non ha frequentato negli scorsi anni (ad esempio Ferrara e Olbia) in attesa di celebrare nel 2027 il mezzo secolo di carriera con un evento, ha detto lui, da mezzo milione di persone. «Il mio pubblico stropicciato, che non ha una vita facile». Sempre lo stesso rituale ma mai lo stesso Vasco.
Dopotutto Vado al massimo apre tutti gli show e, spiega lui, «è stato il mio modo di scuotere le coscienze dei bigotti a Sanremo». E voglio proprio vedere come va a finire. «La prima parte della scaletta è molto anni '80, c'è anche un brano del 1979».
E questo brano è sostanzialmente il centro nevralgico di un concerto teso, fatto di chitarra e pose rock e pure di una apparizione di Claudio Golinelli detto il Gallo, storico bassista che, in fondo, è un testimone della rigenerazione di Vasco. Olè olè oleee, Vasco Vascooo.
Come tanti eroi della canzone italiana, questo inesauribile (quasi) 74enne pesca nel proprio repertorio per dimostrare che lui in effetti ci era già arrivato. Insomma c'è un tris di canzoni più
o meno a metà concerto che rende l'idea del Vasco 2026: Faccio il militare (non siamo mica gli americani), Gli spari sopra, C'è chi dice no. Un no alla guerra urlato alla sua maniera, chiara ma non esplicita, quasi romantica, comunque inequivocabile.
Vasco non ha bisogno di fare comizi sul palco e difatti in Rewind evita i soliti riferimenti ai politici di turno: «Io sono le mie canzoni e le mie canzoni parlano da sole». Quindi è fuori dall'arco costituzionale criticato da De Gregori imbarazzato dai comizi degli artisti sul palco. «Lo rispetto, lui è fatto così, è un poeta quindi non è un politico, non è uno che fa discorsi perché gli serve il consenso, capito? Quelli li fa Salvini» dice dimenticandosi tutti gli altri che parlano allo stesso modo.
Però resta il fatto che i versi di Non siamo mica gli americani sembrano in effetti scritti oggi da, tanto per dire, dal Bruce Springsteen anti Trump. «Nel periodo in cui ho scritto Non siamo mica gli americani! tutti gli italiani pensavano, magari anche solo inconsciamente, di essere americani. E invece no. Loro possono sparare agli indiani, noi siamo altro, siamo italiani, siamo un popolo, diciamo così, molto diverso».
Vasco parla in una stanzetta a pochi metri dal palco di questo stadio, a pochi metri dai quasi venticinquemila fan che sono già sotto il palco a cantare le sue canzoni.
È in forma, ha un paio di sneakers dai riflessi verde blu, passa imperterrito da una telecamera a un taccuino, è la più rockstar delle nostre rockstar semplicemente perché prevede già le domande. «I concerti e la musica in generale sono una forma di resistenza attiva contro l'odio e la paura per trovare una sana e scandalosa felicità». E sia chiaro: in mezzo
al pubblico di questo piccolo stadio a due passi da mare il popolo di Vasco è già scandalosamente felice prima ancora che lui arrivi in scena e la band srotoli undici brani di seguito pubblicati entro il 1987. Fegato, fegato spappolato. Una nuova canzone per lei (eseguita per la prima volta dal vivo). Sono ancora in coma. Tango (della gelosia). «Le mie sono poesia in musica, sono un poeta rock, ormai ho fatto i conti con questa riflessione e mi diverto ancora a cantare canzoni che ho scritto cinquant'anni fa» spiega lui prima di citare Spinoza: «Il potere ha sempre bisogno che il popolo sia affetto da tristezza».
Ed è anche per questo che lui si considera «un acceleratore quantico di particelle positive». E il riferimento è molto chiaro: «In questa fase storica siamo in balia di individui sociopatici: la prepotenza ha preso il posto della legge del diritto». E lo dice prima di salire in scena e portare a termina un cerimoniale che può sembrare legato al passato ma che resta di bruciante attualità. Ci sono fan che esultano, piangono, urlano, si tolgono reggiseni (come sempre durante Rewind) accendendo un immaginario legato forse agli anni Ottanta ma tutto sommato ancora vivo e vitale. «Ci siamo di brutto» ride lui prima di entrare in scena.
«L'anno scorso celebravo la vita con i miei concerti, stavolta la scandaglio e cerco di portare un po' di gioia con brani che non facevo da tanto tempo e che il pubblico si aspettava». E lo ha fatto alla maniera sua che, diciamolo, è unica, piaccia o no.