Lui dice che a giugno ci sono due cose sicure: «Il caldo e i tour di Vasco». Essì, gli ingredienti qui a Rimini ci sono tutti, allo stadio Romeo Neri la temperatura è altina quanto basta e Vasco Rossi ieri sera, sabato 30 maggio,ha iniziato, con la data zero, un giro dei concerti negli stadi che non ha frequentato negli scorsi anni (ad esempio Ferrara e Olbia) in attesa di celebrare nel 2027 il mezzo secolo di carriera con un evento, ha detto lui, da mezzo milione di persone, cioè «il mio pubblico stropicciato, che non ha una vita facile».
Sempre lo stesso rituale ma mai lo stesso Vasco. Dopotutto a questo giro "Vado al massimo" apre tutti gli show perché è lo slogan giusto dare la scossa e poi, spiega lui, «è stato il mio modo di scuotere le coscienze dei bigotti a Sanremo nel 1982». E voglio proprio vedere come va a finire, si chiede nel brano anche se tutti vediamo come sta andando a finire. «La prima parte della scaletta è molto anni ’80, c’è anche un brano del 1979». E questo brano è sostanzialmente il centro nevralgico di un concerto teso, fatto di chitarra e pose rock e pure di una apparizione di Claudio Golinelli detto il Gallo, storico bassista che, in fondo, è un testimone della rigenerazione di Vasco. Olè olè oleeè, Vasco Vascooo. Come tanti eroi della canzone italiana, questo inesauribile 74enne pesca nel proprio repertorio per dimostrare che lui in effetti ci era già arrivato prima. Insomma c’è un tritittico di canzoni più o meno a metà concerto che rende l’idea del Vasco 2026: "Faccio il militare (non siamo mica gli americani)", "Gli spari sopra", "C’è chi dice no". Un no alla guerra urlato alla sua maniera, chiara ma non esplicita, quasi romantica, comunque inequivocabile. Vasco non ha bisogno di fare comizi sul palco e difatti in "Rewind" evita i soliti riferimenti ai politici di turno: «Io sono le mie canzoni e le mie canzoni parlano da sole». Quindi lui si piazza fuori dall’arco costituzionale criticato da De Gregori, fuori dagli artisti che fanno comizi sul palco. «Lo rispetto, lui è fatto così, è un poeta quindi non è un politico, non è uno che fa discorsi perché gli serve il consenso, capito? Quelli li fa Salvini». dice dimenticandosi tutti gli altri che parlano allo stesso modo anche se non si chiamano Salvini.
Però resta il fatto che i versi di "Non siamo mica gli americani" sembrano in effetti scritti oggi, tanto per citarne uno, dal Bruce Springsteen anti Trump. «Nel periodo in cui ho scritto "Non siamo mica gli americani!" tutti gli italiani pensavano, magari anche solo inconsciamente, di essere americani. E invece no. Loro “possono sparare agli indiani” come si dice nel brano, noi siamo altro, siamo italiani, siamo un popolo, diciamo così, molto diverso».
Vasco parla in una stanzetta a pochi metri dal palco di questo stadio, a pochi metri dai quasi venticinquemila fan che sono già sotto il palco a cantare le sue canzoni. È in forma, ha un paio di sneakers dai riflessi verde blu, passa imperterrito da una telecamera a un taccuino, è la più rockstar delle nostre rockstar semplicemente perché prevede già le domande prima che gliele facciano.
Dice e ripete: «I concerti e la musica in generale sono una forma di resistenza attiva contro l’odio e la paura per trovare una sana e scandalosa felicità». E sia chiaro: in mezzo al pubblico di questo piccolo stadio a due passi da mare il popolo di Vasco è già scandalosamente felice prima ancora che lui arrivi in scena e la band inizi a srotolare undici brani di seguito pubblicati entro il 1987, la prima parte del concerto. "Fegato, fegato spappolato". "Una nuova canzone per lei" (eseguita per la prima volta dal vivo). "Sono ancora in coma". "Tango (della gelosia). «Le mie sono poesia in musica, sono un poeta rock, ormai ho fatto i conti con questa riflessione e mi diverto ancora a cantare canzoni che ho scritto cinquant’anni fa» spiega lui prima di citare Spinoza: «Il potere ha sempre bisogno che il popolo sia affetto da tristezza».
Ed è anche per questo che lui si considera «un acceleratore quantico di particelle positive». Poi spiega quali siano per lui le particelle negative in circolazione: «In questa fase storica siamo in balia di individui sociopatici: la prepotenza ha preso il posto della legge del diritto». E lo dice prima di salire sul palco dello stadio per portare a termina un cerimoniale che può sembrare legato al passato ma che resta di bruciante attualità. Ci sono fan che esultano, piangono, urlano, si tolgono reggiseni (come sempre durante Rewind) accendendo un immaginario legato forse agli anni Ottanta ma tutto sommato ancora vivo e vitale. «Ci siamo di brutto» ride lui nei camerini prima di iniziare.
«L’anno scorso celebravo la vita con i miei concerti, stavolta la scandaglio e cerco di portare un po’ di gioia con una serie di brani che non facevo da tanto tempo e che il pubblico si aspettava». E lo ha fatto come sempre alla propria maniera che, diciamolo, è unica, piaccia o no.