«Napolitano non gradisce le divise» E tra Polizia e Quirinale è scontro

Al presidente Giorgio Napolitano non piacciano le divise. O meglio, non le vuole vedere schierate in sua presenza. Carabinieri e poliziotti li preferisce in borghese, alla faccia dei tempi che corrono (vedi l’aggressione a Berlusconi), dell’efficacia della «deterrenza visiva» e dell’ordinanza del questore giustamente preoccupato per la sicurezza del capo dello Stato.
Si arricchisce di nuovi dettagli il capitolo della guerra fra il servizio di vigilanza del Quirinale e il solerte funzionario di polizia addetto all’ordine pubblico che il 3 dicembre scorso s’è ribellato ai desiderata degli uomini del presidente in occasione della visita istituzionale alla mostra di Giacomo Balla all’Ara Pacis. Gli atti inviati in procura parlano chiaro. «Il provvedimento del questore – scrive il funzionario – disponeva fossero predisposte adeguate misure di vigilanza e sicurezza, sia presso il museo che in una vasta zona adiacente, nonché lungo il percorso del corteo presidenziale per garantire e tutelare l’incolumità del capo dello Stato e delle altre personalità presenti». Per questo motivo viene disposto l’impiego di 20 agenti di polizia in uniforme, una decina di carabinieri in divisa, un’unità cinofila antisabotaggio, una squadra di artificieri e una di tiratori scelti. La prassi.
«Terminata l’attività di posizionamento delle forze dell’ordine – continua il funzionario – si materializzavano due funzionari della Sovrintendenza centrale della Presidenza della Repubblica che segnalavano al sottoscritto, non già evenienze connesse alla sicurezza e tutela del capo dello Stato, ma unicamente il fatto che il presidente della Repubblica non gradiva la “vista delle divise” per cui, sia il personale dei carabinieri sia quello della polizia di Stato doveva essere disposto in modo da non essere visibile».
Una richiesta inusuale, senza precedenti. Irricevibile anche perché i poliziotti quelli erano, e «non si poteva disporre una diversa dislocazione degli operanti senza compromettere gravemente il dispositivo di sicurezza e salvaguardia del personale e della personalità, per la presenza, fra l’altro, di numerosi accessi alla struttura che, diversamente, non potevano essere controllati». Giocoforza la richiesta degli angeli custodi di Napolitano veniva rispedita al mittente dal testardo funzionario. Non l’avesse mai fatto. «I due funzionari della Sovrintendenza Centrale (...) – prosegue - replicavano che il loro compito era solo quello di comunicare le superiori determinazioni ricevute e che quindi, di tale inosservanza, il sottoscritto ne avrebbe risposto direttamente al Prefetto» loro superiore.
E così è successo. «Alle ore 16.50, dieci minuti prima dell’arrivo del capo dello Stato, si presentava al sottoscritto una persona che si qualificava come Prefetto (...) il quale dopo aver accertato che il sottoscritto era il responsabile del servizio di ordine pubblico, con tono perentorio diceva: “... Il Presidente non gradisce personale in divisa, per cui sposta gli agenti”. Determinato a far rispettare l’ordinanza, il funzionario di polizia spiegava che non era possibile aderire alla richiesta “sia per la natura prettamente formale e contraria ad ogni finalità istituzionale al servizio in corso, sia in relazione al numero degli agenti a disposizione che se posizionati diversamente, non avrebbero potuto garantire, in caso di necessità, un’adeguata e pronta reazione”».
Apriti cielo. Infastidito per la risposta, continua a raccontare il funzionario, «a voce alta il Prefetto dopo aver detto... “non li vuoi spostare?” ribadiva che il personale doveva essere immediatamente spostato minacciando, nel contempo, al sottoscritto, gravi ripercussioni in caso di inottemperanza (...) “Sono autorità provinciale di pubblica sicurezza, le ordino di spostare il personale e toglierlo dalla vista”».
All’ennesimo rifiuto, con Napolitano ormai prossimo all’arrivo, il prefetto avrebbe sbottato: «Non finisce qui». È finita in procura.
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