Il Giornale è entrato in possesso in esclusiva di corrispondenza interna all’Oms che si prefigura come un macigno sulla gestione di Giuseppe Conte e Roberto Speranza della pandemia, tirando in ballo anche clamorose omissioni dell’Istituto Spallanzani di Roma e del suo direttore dell’epoca. Giuseppe Ippolito. Il 29 giugno 2020, il direttore di Oms Europa Hans Kluge manda una e-mail a Ranieri Guerra, ex Dg della Prevenzione del ministero della Sanità, mandato in Italia a dare una mano al Cts, in cui lo stesso Kluge mette in copia i vertici dell’Oms europeo per ringraziare Guerra del suo impegno svolto in Italia: «Grazie per la tua dedizione e per averci mantenuti sulla giusta strada per quanto riguarda la risposta dell’Italia alla pandemia».
Una e-mail a cui seguirà un meeting il giorno successivo, il 30 giugno 2020, tra Ranieri Guerra, David Allen (Direttore delle Operazioni Oms), Dorit Nitzan (Direttore regionale delle Emergenze) e Natasha Azzopardi Muscat (Direttore Oms dei sistemi sanitari).
Quello che viene messo a verbale ha del clamoroso. Durante la prima ondata pandemica l’Italia non avrebbe «implementato la sorveglianza clinica». Una circostanza di cui tutti i vertici Oms erano stati messi al corrente da Guerra, tanto che lo stesso lo aveva ribadito in commissione Covid lo scorso luglio, i cui verbali sono stati solo recentemente desecreati. La sorveglianza clinica, prevista dall’ordinanza 640 del Capo della Protezione civile del 27 febbraio del 2020 «prevedeva di attivare una sorveglianza epidemiologica, una sorveglianza microbiologica e una sorveglianza clinica, le prime due affidate all’Istituto superiore di sanità, la terza all’Istituto Spallanzani». «Ma questa sorveglianza clinica - continua Guerra - non venne mai attuata, nonostante ad un certo punto noi come Oms offrissimo gratuitamente l’utilizzo di una piattaforma che era stata implementata e validata e dove erano già presenti oltre un milione di reperti di schede cliniche che erano confluite da parte della Gran Bretagna e di altri Stati membri». Eppure, l’ex numero due Oms Guerra, «questa procedura fu rifiutata dal dottor Ippolito, allora sia Spallanzani che Cts».
Durante l’audizione era stato il Senatore Antonella Zedda (FdI) a chiedere lumi: «Lei dice di essere stato molto sorpreso di scoprire ad aprile 2020 che l’Istituto Spallanzani non aveva effettuato la sorveglianza delle caratteristiche cliniche, come da ordinanza del Dipartimento della Protezione civile n. 640 del 27 febbraio 2020. Ci spiega in cosa consiste la sorveglianza clinica e quali sono le implicazioni in campo medico? Considerato che l’Italia è stato il primo Paese occidentale a essere pesantemente colpito dal Covid-19, ci sa fornire una spiegazione sul motivo per cui lo Spallanzani non fece ciò che gli venne richiesto e affidato? Dal punto di vista scientifico è estremamente importante come azione da compiere. Le risulta, anche solo perché informato successivamente, perché magari le è stato riferito, se dal ministero qualcuno, qualche direzione o anche l’area politica, avesse in qualche modo sollecitato lo Spallanzani a fare ciò che gli era stato richiesto e se addirittura ci fu una segnalazione di negligenza?».
Guerra non nasconde che la mancata sorveglianza clinica sia stata una clamorosa negligenza: «La segnalazione di negligenza non è certamente un compito attribuibile a una struttura di professionisti che cercano di lavorare assieme. Io rilevai la mancanza di una sorveglianza clinica, perché, discutendone con i miei colleghi di Venezia e di Copenaghen, oltre che di Ginevra, rilevammo che, a fronte di una cospicua esperienza clinica con tutti i ricoveri che c’erano in quel momento, questo tipo di sorveglianza, di classificazione e di casistica clinica, mancava. Ne fui sorpreso perché, guardando l’ordinanza della Protezione civile che stabiliva le tre sorveglianze, mi accorsi che l’epidemiologica era presente, la microbiologica, con enorme difficoltà, era ugualmente presente, mentre la clinica mancava».
Ma è qui che Ranieri Guerra sgancia la bomba: «Ci stavamo rivolgendo, in particolare, alle strutture aziendali ospedaliere della Regione Lombardia, chiedendo anche a loro se avessero cominciato a classificare le cartelle cliniche per riuscire ad avere una conoscenza migliore dell’evoluzione della patologia conclamata, dei livelli di sopravvivenza, dei livelli di successo delle rianimazioni, di tutto quello che era stato fatto per il supporto alla respirazione del paziente colpito, se avessero delle evidenze di patologia sistemica o esclusivamente polmonare, come si stava evolvendo la patologia. Questi sono elementi conoscitivi cruciali, che possono essere utilizzati anche per la definizione e l’identificazione non soltanto diagnostica, ma soprattutto di terapia».
Avete letto bene. La sorveglianza clinica - che lo Spallanzani non aveva svolto nonostante una ordinanza di Protezione Civile che glielo chiedeva espressamente - sarebbe servita per capire come migliorare la cura dei malati. «Dal mio punto di vista, avendo una sorveglianza clinica aggressiva, si sarebbero potuti identificare e definire con delle prescrizioni mirate, non generalizzate, perché non tutti avevano bisogno di tutti i farmaci della batteria farmacologica disponibile».
Ma perché la procedura non partì? «Questo tipo di attività - come mi venne riferito dal collega Ippolito - non era stata fatta, perché non c’era un’unica piattaforma su cui riversare le cartelle cliniche per strutturare una sorveglianza di livello nazionale. Lui mi disse che non avevano una piattaforma e che quindi non erano in grado di farlo».
Ma se il ritardo tecnologico poteva sembrare una scusante, quello che dichiara Guerra successivamente fa cadere ogni esimente: «Noi proponemmo come Oms la messa a disposizione di una piattaforma per la raccolta e la sorveglianza clinica che avevamo sviluppato e che era già in utilizzo in Gran Bretagna in quel momento. La proponemmo anche alla Società italiana di malattie infettive e tropicali (Simit) e all’Ospedale Papa Giovanni XXIII a Bergamo, con cui era cominciata una collaborazione in questo senso. Non se ne fece nulla, fino al momento in cui, a distanza di tempo, ne parlai con l’assessore alla Sanità e il presidente della Regione Lombardia, che in collaborazione con i colleghi dell’Igiene e della Medicina preventiva di Milano, proposero l’adozione di questa piattaforma per il riversamento in quel momento di oltre 100mila cartelle cliniche, cosa che avvenne e che portò a livelli di conoscenza ben diversi, determinati probabilmente anche dalla diminuzione della pressione clinica».
Insomma, anche in questa circostanza, una regione italiana - non a caso la tanto bistrattata Lombardia - aveva dovuto mettere le pezze alle negligenze del ministero della Salute. «La mancanza del dato sulla sorveglianza clinica ha influito in maniera negativa sui tempi, soprattutto nel trovare una cura, o un insieme di cure utili alla guarigione?», chiede ancora la Zedda? Guerra non le manda a dire: «Parliamo della condivisione prognostica, quindi del destino clinico di un paziente con determinate caratteristiche; in particolare, mi riferisco ad un’ambiguità di fondo sull’analisi clinica dell’evoluzione della patologia. Come ho detto stamattina, io avevo disseminato la cognizione che la patologia Covid-19, pur essendo a ingresso respiratorio, fosse una patologia sistemica. Colpiva il cuore, perché allignava e si muoveva sull’endoterio vascolare, colpiva le cellule nervose, perché si muoveva sulla vascolarizzazione del sistema nervoso; colpiva la conduzione cardiaca, il parasimpatico, sia a livello del distretto cavale superiore che a livello di nervi spinali sul distretto inferiore».
E ancora: «È una patologia estremamente complessa, che oltretutto dava evidenze cliniche più o meno gravi, più o meno articolate, a seconda - e questo ha suscitato molte domande sull’artificialità del virus rispetto alla sua struttura naïve - e andava a colpire le debolezze e le patologie, anche non totalmente espresse, delle persone. Questo è un elemento che sarebbe uscito con estrema chiarezza nel momento in cui la condivisione della cartella clinica fosse stata estesa ed efficace. Ciò non avvenne. Sinceramente ho chiesto allo Spallanzani perché diavolo non lo stessero facendo e la risposta è stata quella che le ho appena detto».
L’Italia è stato il primo Paese ad essere colpito pesantemente in Europa dalla pandemia da Covid-19 ma ha privato sé stessa, i propri cittadini e la comunità scientifica
internazionale di disporre di quel prezioso sapere che le corsie degli ospedali avrebbero potuto produrre per migliorare le terapie dei malati e salvare delle vite. Senza che nessuno finora sia stato chiamato a risponderne.