Sono ormai state tutte recuperate le salme dei cinque italiani morti alle Maldive durante l’immersione nella grotta di Alimathà. Le indagini per andare a fondo su cosa sia accaduto quel maledetto giovedì si occuperà la Squadra Mobile di Roma che ha aperto un fascicolo per omicidio colposo. Nel frattempo, il tema ricorrente al vaglio degli inquirenti riguarda la grotta dove si è consumata la tragedia: cosa è successo lì sotto? Ma, soprattutto, che insidie nasconde?
Tutti i dubbi sull’immersione
Sarà sicuramente la visione dei filmati delle GoPro a chiarire i contorni della tragedia ma già si sa molto di più dopo l’immersione degli speleosub finlandesi. Intanto va accertato se i sub avessero soltanto semplici bombole ad aria o quelle più tecniche con una miscela chiamata “nitrix” che viene usata specificatamente nelle immersioni subacquee per poter stare più a lungo. Va poi accertata o meno la presenza del “Filo di Arianna” fondamentale per non perdersi e ritrovare la corretta via d’uscita: i finlandesi avrebbero trovato alcune tracce di corda spezzate.
Come abbiamo già visto, non risulta che i cinque italiani avessero brevetti specifici per immergersi in acque così profonde e soprattutto non avrebbero avuto nemmeno lo specifico “brevetto di grotta”.
Le insidie della grotta
La Devana Kandu, da quanto appreso fino a questo momento, non ha mappature: ciò significa che i cinque sub italiani si sarebbero avventurati in una grotta di cui non conoscevano a priori nulla. Anche se non c’è alcuna ufficialità, ovviamente, uno dei motivi della tragedia che prende corpo sempre di più con il passare delle ore sarebbe la mancanza di orientamento all’interno della grotta: non tanto in entrata quanto in uscita, al ritorno. In pratica, i sub si sarebbero persi e forse infilati dentro a un cunicolo senza uscita scambiandolo per il corridoio che li avrebbe riportati al punto di partenza.
Il fondo sabbioso
Se è vero che in finlandesi hanno affermato che laggiù non ci fossero correnti così forti da trascinare via i sub, è altrettanto vero che un’altra insidia non preventivata potrebbe essere stato il fondo sabbioso creato dal movimento e dai vortici dell’acqua: in entrata si attraversa facilmente e poi si sbuca in un altro cunicolo profondo circa 65 metri. Per tornare indietro bisogna rifare lo stesso corridoio (della lunghezza di 30 metri per tre metri di larghezza) ma è proprio quel dosso di sabbia che può aver disorientato i sub come hanno appurato gli stessi finlandesi. Infatti, i cinque corpi dei sub italiani sono stati ritrovati tutti lì dentro pur non essendo quella la via d’uscita come raccontato da Laura Marroni, Ceo di Dan Europe, a Repubblica. “Sarebbe stato molto complesso ritornare, soprattutto con la poca scorta d’aria”.
L’abbigliamento della prof. Monfalcone
Nelle ultime ore si è fatto un gran parlare anche dell’abbigliamento che avrebbe utilizzato la professoressa Monica Monfalcone per l’immersione, ovvero una muta corta che non sarebbe adatta per andare a 50-60 metri di profondità.
“Sono stufo di insinuazioni, basta - afferma il marito, Carlo Sommacal - Penso solo a quando atterreranno, ma ci vorranno diversi giorni perché dovranno prima eseguire le autopsie. Dopo esaudirò le volontà di Monica: la farò cremare e spargerò le sue ceneri a Capo Mannu, il nostro posto del cuore, dove trascorrevamo estati felici”.