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La rete dei collettivi e il modulo per i medici per evitare i Cpr ai migranti: cosa rivelano le carte

I collettivi pro-migranti sono impegnati da due anni in una campagna per convincere i medici a non firmare per l’idoneità indistriminata ai Cpr degli stranieri

La rete dei collettivi e il modulo per i medici per evitare i Cpr ai migranti: cosa rivelano le carte
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Ci sono 6 medici indagati a Ravenna con l’ipotesi di reato di aver ostacolato l’ingresso nei Cpr dei migranti sottoposti a valutazione: il caso ha destato molto scalpore e reazioni politiche ma i medici sono innocenti fino a giudizio definitivo. Non esistono collegamenti con il caso specifico ma è incontrovertibile che da almeno due anni alcune associazioni portano avanti una campagna di propaganda indirizzata al personale sanitario. In un documento di gennaio 2024, la Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM), la “Rete Mai più lager - No ai CPR” e l’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI) hanno chiesto espressamente una “presa di coscienza” sulle “condizioni e sui rischi per la salute delle persone migranti sottoposte a detenzione amministrativa nei Cpr”.

Nello specifico, si sono rivolti ai medici incaricati di “eseguire tale valutazione” basandosi sulle indicazioni dell’Oms, che ha invitato i Paesi europei a superare la detenzione amministrativa, utilizzando, “ad eventuale supporto nel procedere all'attestazione dell'inidoneità, il modulo allegato a questa campagna, che sintetizza le motivazioni di sanità pubblica, di deontologia medica e medico-legali per la valutazione oggettiva dell'inidoneità alla vita nei Cpr”. Questo documento esiste e, di fatto, si chiede che venga applicato indiscriminatamente a tutti gli stranieri sottoposti a verifica, in quanto nessuno dovrebbe mai entrare in un Cpr.

L’allegato di cui parla questo documento si chiama “bozza di modulo per la valutazione di non idoneità alla vita nel Cpr” ed è un prestampato nel cui si legge che “a seguito del colloquio avuto con il paziente e della valutazione clinica, sulla base di cui mi viene richiesto di produrre la suddetta certificazione”, si tiene conto “dell’oggettiva incompletezza dell’esito delle verifiche come sopra effettuate, condizionato dall’indisponibilità di una documentata anamnesi e del ridottissimo tempo concesso”. Si tiene conto “che il paziente è destinato alla detenzione presso il CPR di (spazio vuoto da riempire all’occorrenza, ndr), struttura che ha solo un presidio sanitario di base h24 e che, quindi, risulta assente la possibilità di accedere tempestivamente a cure mediche specialistiche”. Si considera “la struttura e l’organizzazione del Centro di Permanenza per il rimpatrio di (spazio vuoto da riempire all’occorrenza, ndr), caratterizzato dall’assenza di adeguate misure di prevenzione e cura di patologie e condizioni psicofisiche ostative alla vita in comunità ristretta”. Si considerano “gli artt. 3, 6 e 24 del Codice di Deontologia Medica” e “l'art. 32 dello stesso Codice” e considerata la Legge del 22 dicembre 2017, n. 219, “che vieta accertamenti diagnostici, oltre che trattamenti, in assenza di informazione e raccolta del consenso del soggetto interessato”.

Tutto questo premesso, nel modulo prestampato, il medico dichiara: “Nell’ambito di una valutazione complessiva, dell’esito clinico dell’accertamento da me effettuato alla luce delle evidenze ora illustrate, esprimo in scienza e coscienza la valutazione di non idoneità del paziente al trattenimento nel suddetto Cpr”.

Non ci sono informazioni sul fatto che i medici di Ravenna siano collegati con questo sistema, che più che modificare i verbali assume una posizione ideologica per giustificare l’inidoneità degli stranieri all’ingresso nel Cpr. Tuttavia questi documenti dimostrano che esiste un sistema strutturato che tenta di intervenire a tutti i livelli contro i Centri per il rimpatrio.

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