Nel mirino quattro parlamentari: tre del centrodestra e uno del Pd

GIALLO Uno dei sospetti viene definito «ministro» ma non è chiaro se tuttora in carica o di un esecutivo precedente

Quattro i parlamentari «vicini» all’imprenditore Diego Anemone su cui gli inquirenti stanno segretamente svolgendo accertamenti. Tre di area Pdl, uno del Pd. Fra questi uno viene definito «ministro», ma non si capisce se è tuttora in carica oppure se lo è stato nel precedente esecutivo.
L’inchiesta sul business miliardario che ruoterebbe intorno al giovane imprenditore che aveva l’esclusiva sui grandi appalti, si allarga a macchia d’olio. E fa tremare le stanze della politica romana se è vero, come pare, che tra gli incartamenti sui cui si stanno concentrando gli investigatori si farebbero più riferimenti non solo a cospicui giri di denaro ma a provvigioni di «altra natura», ivi compresa la compravendita di una serie di appartamenti nel centro storico della capitale, tra piazza della Pigna e il Pantheon. Tra gli affari «attenzionati» dalla Guardia di finanza, su cui potrebbe esserci lo zampino dei quattro parlamentari, alcuni porterebbero in Sardegna dove la Anemone Costruzioni si sarebbe aggiudicata alcune gare, oltre a quelle - già note - per il G8 alla Maddalena. Il riferimento è al filone «carceri» con l’impresa di Grottaferrata e la Gia.Fi di Valerio Carducci (già sfiorato nell’inchiesta Why not) che ha costruito il penitenziario di Tempio Pausania e la questura di Sassari, città dove il Gruppo Anemone si è aggiudicato l’appalto per il nuovo carcere in un consorzio di cui fa parte la Igir di Bruno Ciolfi, ex «socio» insieme al quale si aggiudicò i lavori per il G8 alla Maddalena. Uno dei politici nel mirino si sarebbe dato parecchio da fare, per conto di Anemone, sia per l’appalto del nuovo centrale del tennis al Foro Italico dove ieri si è svolta la finale tra Nadal e Ferrer (28 milioni di euro), sia per il Museo dello Sport a Tor Vergata (20 milioni di euro) di cui, strada facendo, si sono perse le tracce.
Intanto l’ex ministro delle Infrastrutture, Pietro Lunardi, fa sentire la sua rabbia per esser stato tirato in ballo per i suoi rapporti con Diego Anemone e Angelo Balducci: «Adesso cercano di tirare dentro le persone che non c’entrano. Sono le cose che succedono in Italia. Il partito del quotidiano la Repubblica dice cose false, ha fatto illazioni, incaricherò un avvocato di querelarli. Io non ho mai visto né conosciuto quel tunisino», Laid Ben Hidri Fathi, autista di Balducci. «Certo che conosco Balducci - continua Lunardi - ovvio che lo frequentavo, era uno dei miei provveditori, ne avevo 20 sotto di me, e 57 direttori generali. Come ministro avevo rapporti con tutte queste persone e quindi anche con lui. Da questi ottimi professionisti ho avuto indicazioni anche per le mie cose personali ma tutto rientra nel lecito». «Al momento - conclude l’ex ministro - non ho avuto nessuna comunicazione né contatti con gli inquirenti ma sono pronto ad essere ascoltato dai magistrati». Quanto ad Anemone «ha solo fatto alcuni lavori in campagna da me a Parma, interventi specialistici che solo lui poteva fare. Si tratta di lavori che ho regolarmente pagato, le carte lo dimostrano. Era mia figlia che teneva i contatti e le fatture, e in questa storia sarebbe stata tirata in ballo anche lei. Niente di illecito e di irregolare nemmeno nell’acquisto di un immobile a Roma di proprietà di Propaganda Fide: qui ho acceso un mutuo, documenti in regola, posso provarlo». Quanto al provveditore Balducci, l’ex ministro non ne parla male. Anzi. «Una persona molto cortese e molto capace. Nel 2001 quando arrivai al dicastero, Balducci era a capo del provveditorato alle opere pubbliche del Lazio. Avevo con lui rapporti molto cordiali e siccome era bravo e professionalmente molto capace, lo nominai io nel 2005 alla presidenza del Consiglio superiore dei Lavori pubblici, contro la sua volontà. Lui infatti non voleva neanche andare, ma io insistetti e lui andò malvolentieri. Quanto infine al coinvolgimento di Scajola - conclude Lunardi - non posso non notare che vengono fatte intercettazioni e ogni volta che esce un nome aprono un nuovo filone, ma non c’è motivo di mettere in mezzo me e la mia famiglia, per quel che mi riguarda. Non conosco quel tunisino, non so che cosa abbia raccontato, ma ho tutti i documenti in regola. Se me lo chiederanno porterò le carte ai magistrati».

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