Nelle zone degli italiani la paura dei talebani aumenta il caos ai seggi

Bala BalukIl deserto sono tre ore di talco fine, pietra nera e nubi ocra incollate ai bestioni d’acciaio e kevlar. Poi la corsa si placa, la polvere precipita, la radio gracchia. «Deviazione a ore nove, disposizione a riccio, pronti a entrare nel villaggio». Ecco Zamardan, cupole di fango su mura di sterco e paglia, mocciosi e capre, polvere e anziani, una ferita di verde e alberi in un cuore di rocce di luna e montagne rosse come bauxite. Ma qui siamo noi i marziani, gli stranieri con fucili ed elmetti, i farang in divisa. Loro son lì. Attendono e guardano. Sospettosi, meravigliati, disincantati di fronte a così tanti, eccentrici, fugaci intrusi.
Il tenente Alessandro Capone allunga la mano. Haji Mohammed Husain, la barba più candida del posto, gliel’afferra felice. «Vorremmo vedere la moschea, sarà la sede della sezione elettorale». Lui non si scompone, lo tira venti metri in là. «Fate pure, ma a che serve?» «Be’ ci voterete, domani ». Lui è perplesso. «Serve una moschea intera?» Il tenente traccheggia. «Be’ il villaggio è grande, poi ci sono quelli attorno». Haji annuisce. «Vero.. son 300 famiglie». Il tenente sorride soddisfatto: «Vedi, la moschea ci vuole...». Haji lo fulmina: «Certo, 300 famiglie ma solo 25 schede elettorali». Poi è il caos. L’ufficiale della polizia chiede. Haji Mohammed risponde. L’interprete s’ingarbuglia tra schede del 2004, schede appena arrivate, schede già scomparse. Il mistero buffo si ripropone con le 14 schede per le 50 case di Bakhshabad, 20 chilometri più in là, le poche decine di Dowlatabad, le appena sette di Shaharak, 30 chilometri a sud di Bala Baluk.
A Shaharak la foga furibonda dell’anziano Haji Nabil qualcosa aiuta a capire. Parla dei talebani a zonzo nei dintorni, del rischio di tenere schede eretiche in casa, nomina un enigmatico Zabid Jalil. Poi sputa il rospo. «Le schede sono a casa sua a Farah, Zabid è il nostro capo tribù, è un generale della polizia, ci penserà lui». Zabid sicuramente ci penserà, come meglio non immaginarlo. Non farà una grande differenza. Nonostante i 233 milioni di dollari messi a disposizione dalla comunità internazionale da queste parti i concetti di democrazia o di «un uomo, un voto» restano duri da digerire. E non soltanto perché a Kabul - a dar retta ai talebani - girano in queste ore «20 kamikaze pronti a portare a termine la loro missione».
A confermare i timori di brogli ci pensa una circolare di Human Right Watch che segnala l’esorbitante numero di donne iscritte ai seggi in qualche sezione. Donne che se arriveranno ai seggi difficilmente verranno identificate o deporranno un voto diverso da quello imposto dal marito. Anomalie che a dar retta a Human Right Watch fanno immaginare «votazioni multiple e falsi conteggi dei risultati».
A boicottare le elezioni ci pensano comunque anche gli uomini del governo. Nella sede della polizia, davanti alla base italiana Tobruk, a due passi dall’anello d’asfalto della «ring road» la principale arteria del Paese, cinque presidenti di sezioni inseguono da tre giorni Daud Khan, il rappresentante del governo responsabile delle operazioni di voto. «Siamo qui da venerdì - si lamenta Haji Gossem - e ancora non sappiamo in che sezione finiremo, cosa dovremo fare e chi ci proteggerà». L’imperturbabile Daud Khan non fa una piega. Alle 5 della sera della vigilia del voto mentre il capitano Gianluca Simonelli, comandante della base italiana, garantisce non più di sette sezioni in tutto il distretto, Daud insegue ancora la prospettiva di 13 indifendibili seggi. Se gli chiedi quando pensa di passare l’indispensabile informazione agli elettori in attesa Daud non ha esitazioni. «Ogni rappresentante di villaggio riceverà notizie stasera o stanotte». I seggi apriranno alle 5 di mattina e chiuderanno alle 16, ma, come dire... meglio tardi che mai.
In attesa delle informazioni del governo un poliziotto di ritorno dal villaggio di fronte alla caserma consegna, invece, quelle affisse alla porta della moschea da un gruppo di talebani di passaggio. «Le elezioni volute dagli stranieri sono illegittime, chiunque cercherà di arrivare ai seggi lo farà a suo rischio e pericolo... A chiunque andrà a votare taglieremo dita e mani sporche d’inchiostro. Firmato l’Emirato Islamico d’Afghanistan». Mentre i tre presidenti di seggio rileggono il volantino e si terrorizzano a vicenda con la notizia dei sei scrutatori fatti fuori nelle ultime 48 ore il signor Daud Khan informa che le famiglie dei villaggi più remoti del distretto dovranno sobbarcarsi 30 o 40 chilometri di strada per guadagnarsi il diritto al voto. Ad altri meno sfortunati basteranno qualche decina. Comunque sia nessuno potrà lamentarsi perché il governo non farà eccezioni. «Non abbiamo in programma di fornire autobus o mezzi di trasporto né ai villaggi più vicini né a quelli più lontani». Democratici ancora no, ma uguali sicuramente sì.

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