Non c'è sollievo nella casa del dinamitardo Permunian

Due nuovi libri per l'autore ritenuto troppo eccentrico dai salotti buoni perché pensa solo a scrivere (benissimo)

Non c'è sollievo nella casa del dinamitardo Permunian

dal nostro inviato a Desenzano (Bs)

Sulla copertina di Ultima favola , il romanzo che ha richiesto 13 anni di lavoro a Francesco Permunian, è ritratta una famigliola felice, mamma con neonato in braccio, e papà-marito con pipa, che le scruta sorridente. Ma Ottavio, il protagonista della storia, non ha né moglie né figli. Anche lui però, come Permunian, ha perso prematuramente la donna amata, che riesce a evocare pronunciandone solo l'iniziale, A., nella speranza di vivere con lei un'ultima favola, appunto. Tuttavia, siccome il romanzo è dedicato «a Benedetta», figlia cresciuta da solo dallo scrittore, e «a sua madre», il sospetto che si tratti di un'opera autobiografica è più che fondato.

Francesco Permunian, nato a Cavarzere, Polesine, nel 1951 della grande alluvione, è uno dei più irregolari e anarcoidi autori del panorama letterario contemporaneo. Un outsider finalmente giunto a una consacrazione problematica e controversa. «Devo tutto ad Andrea Zanzotto che mi ha formattato sul piano della scrittura, e a Maria Corti che mi ha imposto a livello editoriale», sintetizza lui. Ora La casa del sollievo mentale , è pubblicato anche in Francia da Arbre Venguer, lo stesso editore di Tabucchi, nella prestigiosa collana «Dinamitardi e Visionari». Ma per anni Permunian ha patito il boicottaggio della critica ufficiale che si ricredette repentinamente dopo i primi elogi della Corti e di Giulio Ferroni. L'etichetta di tipo eccentrico o «provocatore», come lo appella Claudio Magris per le sue intemerate contro i salotti, però gli è rimasta. «Certo, non risparmio le parole contro quel mondo che detesto. Aveva ragione Gramsci quando diceva che i nostri intellettuali, i nostri scrittori, hanno un'incorreggibile tendenza a scivolare nel melodramma. Passano dalla vanità al vittimismo al ruolo di guru della sinistra. Detesto questi maestrini, soddisfatti di loro stessi, garantiti dalla fama e dalla ruffianeria. I Baricco, gli Erri De Luca. Anche Moresco è stata una delusione. Scrivono per gioco, per un esercizio narcisistico. E parlano di letteratura... ».

Fu da subito in salita, il tragitto di Permunian. Quando vieni al mondo in una terra marginale come il Polesine, hai il destino segnato. Lo è ancor più se dopo aver messo su famiglia a Desenzano del Garda, paese della moglie, ad appena 19 mesi muore la prima figlia e qualche anno dopo la donna della tua vita. «Avevo una bambina da crescere. C'eravamo io e lei. Per fortuna avevo vinto il concorso per il posto di bibliotecario. Non ho potuto fare come Luca Doninelli e Aldo Busi, amici di questi posti, che sono andati a Milano. Dapprima un obbligo, poco alla volta la permanenza in provincia è diventata una divisa, un'appartenenza. Un punto di vista laterale, di cui vado fiero. Tanto più ora che, con internet, anche Milano e Roma sono periferia».

Le storie di Permunian - il già citato Ultima favola , uscito dal Saggiatore (pagg. 178, euro 16), e La polvere dell'infanzia da Nutrimenti (pagg. 160, euro 15), pubblicati a stretto giro - pullulano di matti, suore, prostitute, pervertiti, mistici fasulli, gente bislacca, abbarbicata a «ossessioni, paranoie, tic e peccati coperti sotto la coltre di un cattolicesimo schifoso e bigotto. È una sarabanda teatrale che rappresenta la provincia nera, spettrale, vicina alle furie di Guido Piovene e lontana dalle cartoline di Andrea Vitali. Sono persone che ho conosciuto nella mia terra, che ho frequentato all'università e al manicomio di Brusegana... Ho sempre avuto una predilezione per i disadattati», confida senza remore Permunian. «Anche se non sono credente, i miei maestri sono stati Sergio Quinzio e padre Turoldo. Figure eretiche. Ho amato anche Testori, conosciuto tramite Doninelli che, da cattolico, scrisse la prefazione di Cronaca di un servo felice , il mio primo libro, rifiutato da trentadue editori perché ritenuto troppo duro e blasfemo, e finalmente pubblicato da Meridiano zero che lo propose come un noir». Cosa che non era.

All'inizio Permunian voleva scrivere poesie. «Ero imprigionato dal dolore di quelle morti. Non avevo interlocutori, giornali, niente. Mandai i miei versi a Zanzotto, che mi invitò a casa: “Non scrivere con le lacrime, ma con il loro ricordo. Leggi Proust...” mi disse». Magro, nervoso, insonne di quell'insonnia creativa nella quale hanno preso corpo molti dei suoi memoir e zibaldoni, Permunian ha parole brucianti di passione e dolore. A un certo punto dell' Ultima favola , il giornalista Ottavio, titolare sull' Eco delle Alpi di una rubrica in cui narra storie grottesche dell'Alto Adige, entra in una chiesa, stanco della sua solitudine. Ma al posto del tabernacolo vede «una grossa bocca informe da cui esce un vento gelido». Qualche giorno dopo cerca conforto nella voce della sua A. che, presagendone la fine, ha registrato di nascosto mentre era malata. Ma il nastro è sorprendentemente smagnetizzato. Non c'è consolazione nella religione e nemmeno nell'amore terreno. Nella vita di Ottavio come in quella del suo inventore sembra dominare l'inavvicinabilità di un significato, una ricerca irrisolta, un nichilismo dolente. Che, tuttavia, rimane aperto a una risposta. Nell'introduzione a uno struggente poemetto intitolato L'attesa (Kellerman editore) Permunian scrive: «Da non credente quale sono e sono sempre stato, non potevo spingermi fino al punto di oltrepassare i cancelli di quel “giardino” della fede che per me restano ermeticamente chiusi. Ma davanti ai quali anche un ateo ama a volte sostare in attesa, soprattutto quando si avvicina l'ora della sera e già s'intravedono in lontananza le prime luci di un altro mondo». Mai rimossa, la morte (come avrebbe potuto?), mentre passeggiamo per Desenzano e mi presenta i suoi amici librai, Permunian confida di scrivere «nella speranza di fermare il tempo, di ritrovarlo, di trovare una pacificazione. Ma è un'illusione, la vita scorre, indiavolata. Allora mi rifugio nella lettura di diari ed epistolari, di Manganelli, Meneghello, Salvatore Silvano Nigro. Si può essere provinciali e raffinati allo stesso tempo», osserva. «Di sicuro evito i romanzi dei cattedrattici. Cosa si può imparare da Asor Rosa? Sarà mica letteratura? Lo sa anche Umberto Eco... Quando scrisse Il nome della rosa inaugurò la stagione dei professori in letteratura. Nacquero le classifiche, poi le scuole di scrittura. Ma le ossessioni, le tragedie, non s'imparano a scuola. Non si rivelano con una tecnica. Sono tutti gattini ciechi. Tutti pubblicano romanzi, cuochi, cantanti, barzellettieri. Poi ci si lamenta se le case editrici sono in crisi». Andiamo a vedere la biblioteca comunale dove Permunian ha lavorato per 38 anni, ospitata in una villa del Cinquecento fatta restaurare da Marzio Tremaglia, all'epoca assessore alla cultura. Un gioiello in riva al lago, eredità di Permunian tanto quanto la sua letteratura. «Quando non riuscivo a dormire venivo qui all'alba. Momento e posto ideali per scrivere... ». Posto tuttora frequentatissimo dai giovani. Alcuni dei quali gli chiedono aiuto per l'università e la tesi. «È un'esperienza che tiene giovane anche me. I giovani ti detronizzano... Non c'è cura migliore contro il narcisismo e l'autocelebrazione. Altrimenti finisci come certi scrittori e giornalisti che so io, tutti intenti al proprio monumento... ».

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