Ma non si giudica un partito da un disguido burocratico

Ma davvero si può giudicare, condannare e sciogliere un partito per un disguido sulla presentazione delle liste? Non ci posso credere. Fini editorialisti o Fini presidenti, più gente varia, gridano alla fragilità e al dilettantismo del Pdl dopo l'esclusione delle liste a Roma e in Lombardia

Ma davvero si può giudicare, condannare e sciogliere un partito per un disguido sulla presentazione delle liste? Non ci posso credere. Fini editorialisti o Fini presidenti, più gente varia, gridano alla fragilità e al dilettantismo del Pdl dopo l'esclusione delle liste a Roma e in Lombardia. Naturalmente tutti avvertono che quegli errori sono solo la spia di un malessere più vasto, di una fragilità strutturale; ma è assurdo che non si critichi un partito o un leader se si rimangia tutto quello che ha professato fino a ieri e perfino quel che ha voluto e votato in forma di leggi, di idee e di uomini; e poi si deduce l'evanescenza di un partito da un malinteso grossolano sulle liste per colpa di qualche secondario peone.
È penoso assistere a giudizi complessivi su un partito sull'onda di un grottesco incidente, dopo aver assistito inermi se non plaudenti allo svuotamento ideale, civile e culturale dei partiti. Tutto questo veniva esaltato come la fine delle ideologie e il trionfo della concretezza; invece era più tristemente la miseria della politica e dei suoi modesti interpreti.
La decadenza della politica va di pari passo con la decadenza dell'analisi politica. In una democrazia viva e verace, i partiti vanno giudicati nel paragone tra i programmi e le realizzazioni, tra le idee e il personale politico che li rappresenta, e nel confronto tra i partiti. È su quelle basi che si può giudicare un partito. Se devo giudicare il Pdl in astratto e in assoluto, mi metto anch’io le mani nei capelli. Un partito grosso ma non grande, un personale politico scadente in molte periferie, una classe dirigente in buona parte inadeguata, una troika di vertice che funziona male, una debole identità.
Di converso, devo dire che il Pdl ha un vero leader, criticabile finché volete ma cento spanne sopra gli altri; ha molti ministri bravi e ha un elettorato sostanzialmente coeso, certo più coeso dei suoi vertici e dei suoi avversari. È difficile e travagliata la convivenza tra gli ex di Forza Italia e gli ex di An anche se ciò non deriva dalla storia politica di entrambi, stavo per dire dalla cultura politica, ma da ragioni più grezze e contingenti.
Comunque se paragono il tormentato ménage coniugale nel centrodestra alla terribile convivenza tra gli ex del Pci e gli ex della Dc-Margherita, allora non ho dubbi su chi sta peggio. Diciamo che il sorriso della vittoria ha finora attenuato le contraddizioni in seno al centrodestra. Ma di fatto le tensioni dell'una sono di natura elettorale e locale, le tensioni dell'altra sono di natura politica e sostanziale, oltre che elettorale e locale.
Rispetto ai suoi programmi, il Pdl è a metà del guado, in parte si è incamminato lungo quella strada, in parte ha finora disatteso le aspettative. Ha lavorato bene nel fronteggiare alcune emergenze, nonostante i pasticci alla Protezione civile; si è mosso bene nel riformare la scuola, l'università, la pubblica amministrazione, nelle vertenze sul lavoro, solo per citare alcuni lati. Sul fisco e sulla famiglia ha promesso molto più di quanto abbia finora mantenuto; ma se paragono l'azione del centrodestra a quella dei governi di centrosinistra, devo dire che la prima ha fatto poco ma quel poco, o pochissimo, non è poi male; la seconda non ha fatto nulla o quel poco che ha fatto ha peggiorato la situazione del fisco e della famiglia in Italia. Sul piano della cultura e dei beni culturali, del disegno nazionale e dell'Italia civile, noto invece l'assenza sconfortante di un progetto, di una tensione, di una passione civile. Da ambo i lati.
Qui vengo alla sostanza dei due partiti. Sostengo da tempo che Pdl in realtà vuol dire Partito del leader, perché sotto il leader c'è poco o niente e senza di lui si sfascerebbe; mentre Pd vuol dire Partito di, ma non si sa ancora di chi, di che cosa. È questa la differenza. Là almeno c’è un leader, che piaccia o meno, ma un vero leader; dall'altra parte nemmeno quello.
Se dovessi giudicare la linea e la credibilità di un partito da un disguido sulle liste, dovrei giudicare anche la linea e la credibilità di un giornale da un disguido sugli editoriali come è accaduto a Galli della Loggia e al Corriere: e mi pare scorretto e assurdo dedurre da due disguidi tecnici un giudizio politico o editoriale. Diciamo che entrambi possono offrire materia per un saggio sull'incidenza del cretino, riferita non ai vertici ma ai ranghi subalterni degli organismi, dalla politica alle aziende e ai giornali. Ma non mettono in discussione l'autorevolezza di un giornale o la credibilità di un partito.
Oggi non c’è solo il fantasma di un partito, come scrive Galli della Loggia; ma c’è il fantasma della politica. E trovo grottesco che si debba attribuire a uno dei principali responsabili del tradimento e dello svuotamento della politica in Italia, come Fini, il merito di aver denunciato quel vuoto e quella miseria di cui è espressione. Avete tolto alla politica storia, anima, contenuti e dignità, avete abbandonato il partito alla deriva pensando solo a voi stessi e ora vi lamentate dicendo che il partito non vi piace.
Concludo con un'osservazione non politologica ma popolare: se è vero che «nel paese dei cecati quello a un occhio fa il sindaco», nel sistema bipolare nostrano il Pdl è monocolo ed ha dunque una dimezzata visione politica; mentre il Pd è orbo di entrambi e dunque va a tentoni, o si lascia guidare da un cane poliziotto di nome Tonino.