A Gianfranco Funari però non piacerebbe che tutte le ricostruzioni della sua vita, la settimana scorsa, abbiano omesso il periodo in cui fu direttore dell'Indipendente. Eppure non fu una macchia: andò male, ma non fu una macchia. Fu un'ecatombe: e in questi giorni, sui rispettivi blog, l'hanno ricordata solo Andrea Mattei e Christian Rocca che a quell'Indipendente, nel 1994, ci lavoravano. Lui che si presenta in Bentley verde, occhiali nerissimi, bastone da passeggio e panama in testa. Lui che spara in prima pagina, con l'Italia ai mondiali: «Sacchi, je la famo?». Poi l'altro titolo cubitale, dopo che sette marittimi erano stati sgozzati in Algeria: «Ma in che mondo viviamo!». Sino alla mitica apertura domenicale che fu appunto «Buona domenica» cui seguirono i prevedibili, a quel punto, «W la libertà», «W l'Indipendente» e W chissà che altro, se il giornale non avesse chiuso. Eppure quel Funari a torso nudo in bagno, con la porta spalancata a farsi la barba e a gridare titoli, dovrebbe passare alla storia: non si sa quale, ma alla storia.
Come i titoli «Parole, parole, parole» e il sensazionale «Terapia d'urto», cui seguiva un decalogo per cambiare il Paese: dalla Pace («Il Papa dovrebbe stabilirsi a Sarajevo») alla Giustizia («Elezione diretta dei giudici») con commento finale «Il resto è fandonia» e la firma autografa di Funari. Eh, ci mancherà. Quasi.Nun je la fece
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