Il nuovo Spezia riparte dal vecchio Verona

Il nuovo Spezia riparte dal vecchio Verona

(...) sola al novantesimo! Con una gamba sola al novantesimo!». Triplice fischio e Juventus-Spezia 2-3 e Spezia ai play-out e doppia partita con il Verona e salvezza. Poi, certo, sarebbe venuto il fallimento e la serie D e il secondo posto alle spalle della Biellese e il calcio dilettantistico. Ma lì si era nel punto più alto della parabola. E da lì si riparte.
Il Verona al Picco, in fondo, è quasi uno sghiribizzo dadaista del computer, una pennellata alla Mirò che va persino contro le regole della Coppa Italia che prevedono che il turno unico si giochi in casa della meglio classificata l’anno precedente. Che, quindi, sarebbe stato il Verona. Ma il Bentegodi non era disponibile. E quindi il Picco. Poi, sempre il calendario, prevedeva che si giocasse domenica sera. Ma, anche stavolta, quasi per uno scherzo del destino in agguato dietro l’angolo, nelle pieghe del calendario, niente da fare: domenica sera l’appuntamento era con il Palio spezzino. E quindi rinvio a ieri sera. E quindi diretta televisiva. E quindi commenti delle giornaliste di Conto tv, che sono una specie di sogno erotico applicato al calcio, l’abbinamento fra sensualità e competenza sportiva. Quasi la quadratura del cerchio fra i tanti concorsi per miss dell’estate e il calcio che davvero conta, le prime partite ufficiali dopo mesi di amichevoli contro squadre dai nomi improbabili e dai risultati ancor più improbabili.
È finita 1-0 per il Verona grazie a un gol di Selva al 6’ del secondo tempo supplementare. E, giusto per non farsi mancare niente, è stata anche una partita vera, vibrante conclusa 0 a 0 e andata ai supplementari solo per una serie di spettacolari parate dei due portieri, con un buon pubblico (3400 spettatori, di cui quasi 300 da Verona), e con un tocco di romanticismo portato dalla numerazione vecchio stile dall’uno all’undici.
Ma, al di là di ieri sera, al di là del risultato, al di là del gioco e al di là persino della Coppa Italia, Spezia-Verona è un pezzo di storia dello sport ligure. Comunque. Perchè segna il ritorno nel calcio che conta di una squadra che ha saputo emozionare negli anni scorsi. Di una squadra con qualche dirigente e con qualche supporter (non tutti, anzi) che, spesso, hanno fatto di tutto per non rendersi simpatici, soprattutto negli anni dello scontro con il Genoa, prima in serie C e poi in B. Di una squadra che, con quell’urlo di Caressa a Torino e che con la vittoria al Ferraris contro i rossoblù ha toccato il punto più alto. Ma, che, contemporaneamente - come spesso succede a chi fa il passo più lungo della gamba - con quelle vittorie e con alcuni ingaggi successivi di giocatori con il nome più nobile delle gambe, ha messo le basi per la sua caduta.
Ieri sera, si è ricominciato. Con le stesse maglie, con la stessa passione del pubblico spezzino, ma con un’altra storia. Soprattutto, con in campo Vito Grieco, il capitano della promozione in B, che è tornato a casa. E con in panchina un grande ex giocatore e un attuale grande uomo come Attilio Lombardo, indimenticabile Braccio di ferro degli anni d’oro della Sampdoria. Stavolta, ci dovrebbero essere tutte le condizioni affinchè non si materializzi nessun Bruto. E affinchè gli spinaci non finiscano mai.

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