Il nuovo Vallanzasca: "Io mito? Roba da idioti"

L’ex boss della Comasina lavora da volontario nelle comunità di recupero "Ai ragazzi dico: chi passa una vita in galera non può essere un modello"

Il nuovo Vallanzasca: 
"Io mito? Roba da idioti"

Milano - «Una volta un ragazzo mi ha detto “grande, voglio essere come te, voglio essere il Renato Vallanzasca del Duemila”. Gli ho risposto “come vuoi, ma prima guardami. Mi sono fatto quarant’anni di galera, ed ecco come sono ridotto. Ora, se credi, fai pure”». L’uomo con gli occhi azzurro ghiaccio siede in un corridoio del tribunale. Lo sguardo è quello di sempre, come quando fissava le telecamere da dietro le sbarre e le ragazze impazzivano per lui, come quando il processo era palco e teatro, una vita fa, un’epopea del passato. L’uomo ha messo su qualche chilo e ha perso capelli, e se non fosse che lui è lui, sarebbe solo uno dei tanti detenuti in attesa di udienza. Ma lui non è un detenuto qualunque. Perché l’uomo tra i tanti è il «bel René» - anche se un nome così lo fa quasi incazzare -, è la «primula rossa», il criminale che ha riempito le strade di sangue, e di inchiostro le cronache dei giornali. Lui è Renato Vallanzasca, trentotto anni dopo.

Dopo una detenzione che l’ha fiaccato nel fisico. Dopo tutto quel tempo che l’ha fatto cambiare. Un pezzo di storia d’Italia degli anni Settanta, Renato e la banda della Comasina. A suo modo - un modo tutto suo, un modo tutto sbagliato - un mito. Ed ecco il punto. «Un mito io? Macché. Quando qualcuno mi dice che sono un mito, gli rispondo che un mito che ha passato una vita in galera è un mito da coglioni».

La nuova vita di Vallanzasca è il purgatorio dei ragazzi difficili. Da tre mesi - dal 16 giugno - gli è stato concesso un differimento della pena per motivi di salute. L’hanno operato all’anca, ha bisogno di una riabilitazione. Per questo, ieri, aveva udienza al tribunale di sorveglianza di Milano. Ma da tempo gode di permessi che gli consentono di lavorare e dedicarsi a una nuova attività, ed è «una cosa che mi piace». «Sono un dissuasore», la spiega così. Lavora nelle comunità di recupero. Parla ai giovani, sono loro che vuole «dissuadere». Proprio lui - primatista delle condanne con quattro ergastoli, 260 anni di galera e un curriculum criminale fatto di sette omicidi, tre sequestri e almeno 70 rapine compiute nell’arco di 200 giorni - diventa un contraltare vivente. Una storia così poco edificante da essere esemplare. Un anti-modello. Eppure, una voce ascoltata dai ragazzi che vengono dalla strada, quelli che - come lui - la strada se li è presi da piccoli. «Perché con gli adulti non c’è più niente da fare, quelli sono corrotti, ormai sono andati. Con i giovani è diverso, anche con il peggiore “scugnizzo”, loro in fondo sono ancora puri. E a loro dico di non avere miti, perché i miti sono pieni di debolezze. E peggio ancora, un mito come il mio è da idioti».
Qualcosa è cambiato, ma niente folgorazione. Vallanzasca non è San Paolo e non c’è nessuna Damasco. La storia è storia, e la sua è un solco profondo che non ha spazio per il pentimento. «Perché io non sono un pentito, non sono cattolico e forse non sono nemmeno cristiano. La mia è una visione critica del mio passato e di quello che ho fatto».

Per questo, forse, i ragazzi lo ascoltano. Perché Vallanzasca non ha nulla da insegnare, se non la traccia di una vita a perdere. Quella che lui si è lasciato alle spalle, e quella che loro hanno ancora davanti. Morte e vita. Morte, delle sue vittime. Vita, dei parenti di quanti sono caduti sotto il suo piombo. A loro ci pensa, Vallanzasca. «Ma preferisco non dire niente, perché ho delle idee su come dare il segno di una “riparazione”, ma nel dirlo non vorrei trovare dei pregiudizi, preferisco metterle in pratica e quando sarà, sono certo che si verrà a sapere».
Intanto, c’è il tentativo di una vita diversa. C’è lui, seduto nei corridoi di un tribunale. C’è un uomo con gli occhi azzurro ghiaccio che sono quelli di sempre, mentre il resto porta i segni del tempo. C’è Renato Vallanzasca, il «bel René» che viaggia verso i sessanta e s’incazza se lo chiami così, e c’è il ragazzo che gli dice quello che lui, quarant’anni fa, diceva agli altri. «Sono nato bandito, e questo so fare». Sperando che lo convinca del contrario.