Olimpiadi, Torino non vuole giocare

Tony Damascelli

nostro inviato a Torino

La migliore della settimana, o del millennio se volete, è apparsa su La Stampa di ieri, pagina delle cronache di Torino Nord Ovest, titolo di apertura: «Caselle, miracolo a Torino»; catenaccio: «Conclusi in tempo i lavori dell’aeroporto anche se, per ora, ci piove dentro».
C’è tutta la filosofia del falso e cortese con la quale, per antico adagio, veniva (...)
(...) etichettato il torinese. Ora che c’entra tutto ciò con l’Olimpiade invernale? C’entra eccome. Perché Torino per sei anni ha «disputato» i suoi Giochi che hanno fatto imbestialire i torinesi, anche i meteci, insomma tutta la gente che passava per la città sventrata, stravolta, violentata nel suo corpo e nella sua anima. Perché Torino non è questa, non è mai stata «un’altra città». E se i lavori degli impianti che ospiteranno i Giochi sono stati tutti ultimati, consegnando strutture splendide (sfruttando anche il patrimonio del passato dallo stadio Comunale al Palavela, da Torino Esposizioni al Lingotto) il resto della città è ancora un cantiere, corso Francia e piazza Vittorio (un tempo teatro delle esercitazioni militari e quindi di feste, ma oggi orribile sito di un maximagazzino dove l’acquisto dei prodotti olimpici è possibile soltanto ed esclusivamente pagando con una carta bancaria dello sponsor o in contanti), corso Giulio Cesare e i parcheggi del centro che sono stati cancellati, senza offrire alcuna alternativa, non soltanto ai forestieri, ma soprattutto ai residenti. Perché mai, dunque, i torinesi avrebbero dovuto amare questi Giochi? Non certo per i sorrisi di Evelina Christillin in Galateri di Genola, che conta più presenze pubbliche di quelle di Gianduja a carnevale. Nemmeno per le agevolazioni, se mai ci siano state, ricevute in questi sei anni. O per la prospettiva di poter usufruire, dal 26 febbraio prossimo, degli impianti sui quali si esibiranno gli atleti. Basterebbe pensare al Delle Alpi, a tutto quello che fu detto e scritto ai bei tempi di Italia ’90 e a quello che è accaduto dopo, per capire e decodificare la pelle nostra, non soltanto quella dei torinesi (e di quell’evento, che accolse a Torino le nazionali, i tifosi e i media di Brasile, Scozia, Svezia, Costa Rica, Argentina, Germania, Inghilterra, non si è tenuto alcun conto, né di uomini, né di esperienze!).
Per fortuna si è messo a nevicare, circostanza che ha fatto respirare gli organizzatori visto come si presentavano le montagne e dunque le piste, aride o appena spolverate.
L’assenza del Patriarca, di Gianni Agnelli, viene celebrata quasi ogni giorno. L’Avvocato di questi Giochi fu l’ispiratore, ma posso ritenere che non sarebbe entusiasta della realtà attuale, quella visiva e quella politica, di faccia e di retro («civìl e rùstich», in dialetto). I costi sono lievitati del 30 per cento, il Toroc ha pensato di vivere di rendita, ma si è ritrovato spiazzato per incapacità gestionale, imperizia nell’affrontare i macroproblemi, tagli finanziari del governo centrale, latitanza e fuga degli sponsor dalla Finmeccanica all’Eni, all’Enel, alla società Autostrade, per non dire dei soliti noti, le aziende del territorio come Ferrero e Lavazza (già assenti al momento del salvataggio del Torino calcio). Mentre molti personaggi e figure del Toroc si sono spaventate di fronte all’emergenza, il sindaco Chiamparino è stato il solo ad affrontare di petto la situazione, così come aveva appunto fatto con la vicenda calcistica del club granata.
I Giochi rappresentano, per la cifra investita, una manovra finanziaria che oscilla tra gli 8mila e i 10mila miliardi di lire ma vivono l’incognita legata al futuro: che sarà della pista di bob, del trampolino dei salti, dei vari palazzetti e contenitori quando il tripode verrà spento? O Torino si legherà ai grandi network internazionali, trasformandosi in città evento, sede di avvenimenti di arte e spettacolo, concerti e fiere di respiro mondiale, o dovrà arrendersi e tornare a una dimensione di travet, come è capitato con Italia ’61, dedicata alle celebrazioni dell’Unità del Paese e arrugginita, in seguito, in un cimitero di elefanti.
La politica dei biglietti, poi, il cui costo è troppo alto, non ha aiutato la comunicazione (non sono previsti sconti per i «diversamente abili» alle Paralimpiadi), altre iniziative, come la formazione dei taxisti (apprendimento di lingue straniere), sono rimaste uno slogan di propaganda. Torino, allora, ha due volti: quello sorridente e presenzialista di cui sopra che sta addirittura sfruttando la «svolta» della Fiat come messaggio olimpico e simbolo dell’orgoglio torinese e quella dell’altra sponda del Po, i cui abitanti (si conta il 30 per cento in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno) hanno prenotato due settimane di vacanze al mare o comunque altrove, pur di non finire con i cerchi (5) agli occhi. C’è di peggio nella vita. Per esempio se a Caselle piove.
Tony Damascelli

Commenti