Olindo e Rosa di nuovo insieme «Siamo innocenti perseguitati»

ACCUSA Il procuratore: «Perizia psichiatrica? Visitati da dieci medici, sono sani di mente»

MilanoIl carcere ha segnato anche Olindo e Rosa. Questi due macellai che se ne stanno uno accanto all’altra nella gabbia, lui con il maglione di lana fatto a mano da lei, Rosa con un allegro golfino pistacchio, indifferenti a tutto quello che accade intorno a loro come indifferenti sono stati alle urla di dolore e alle richieste di pietà, quella sera di dicembre nella casa di Erba. Eppure i segni del carcere ce li hanno addosso. Lei è grigio cenere. Lui è gonfio, lo sguardo ottuso e feroce perso nelle pieghe del volto. Bisbigliano tranquilli, mentre con voce monocorde il presidente della Corte d’assise racconta tutto l’orrore del loro delitto. Quando si fa la pausa, mangiano di buon appetito il vitto portato dal carcere, le arance, le merendine, i panini, bevendo alla stessa bottiglia.
Comincia così il processo d’appello per la strage di Erba. Solo Olindo e Rosa sanno con quale coraggio e quale speranza abbiano chiesto un nuovo processo, dopo avere confessato davanti ai videoregistratori per filo e per segno, con dovizia di minuziosi particolari, il massacro. E con quale disprezzo per i sopravvissuti consegnino ieri ai giornalisti della Rai una letterina in cui si proclamano «perseguitati e gettati in uno stato di disperazione», vittime di «violenze gratuite a una nostra debolezza psicologica», fiduciosi di poter «dimostrare la nostra innocenza». E viene da pensare alla schiettezza con cui Olindo, nella sua cella del carcere di Como, sintetizzava al detenuto nella cella accanto - il Giuliano Tavaroli dell’affare Telecom - l’odio sordo che provava per Azouz Marzouk, vicino di casa, e di conseguenza per tutta la sua famiglia: «Mi pisciava sulla porta di casa, ti rendi conto?». Lui, Azouz, non lo uccisero: ma gli uccisero il figlio, la moglie, la suocera, e una vicina che passava di lì.
Dal massacro sono passati tre anni e qualche mese. Azouz è venuto in aula per dire che non perdona nessuno. Carlo Castagna, che quel giorno perse la figlia, la moglie e il nipotino, ha già detto che perdona tutti. Dentro, in aula, il giudice non ha voluto le telecamere, «di pubblicità questa storia ne ha avuta anche troppa». Nei piani della Corte, sarà un processo spedito: tre o quattro udienze, poi la sentenza. Dei tentativi di Rosa e Olindo di alzare polvere fa piazza pulita Nunzia Gatto, sostituto procuratore generale, come quando davanti alla richiesta di perizia psichiatrica avanzata dai difensori ricorda che durante il loro soggiorno in carcere Rosa e Olindo hanno già ricevuto la visita di dieci specialisti scelti da loro: «E come mai agli atti non abbiamo una sola relazione di questi specialisti? Per il semplice, ovvio motivo che i signori Romano sono sani di mente».
Sani di mente: cosa vuol dire, come si concilia con quello che Rosa e Olindo hanno fatto? «Io penso - è la risposta di Pietro Castagna, il fratello di Raffaella - che esista gente cattiva». Ecco, forse la verità è questa: che si può essere cattivi ma normali, si può essere feroci sapendo esattamente cosa si sta facendo. Si può sgozzare Youssef «perché non smetteva di piangere», e poi scrivere la letterina per la Rai lamentando «sentimenti calpestati, diritti violati e negati». Si può incendiare la casa con dentro i cadaveri e poi andarsene a mangiare da McDonald’s. Si può fare tutto questo e starsene ieri sulla panca di legno dentro la gabbia, a un dito l’uno dall’altra, chiusi in un proprio mondo di divani incellofanati, di tinelli puliti a specchio, di egoismo e di odio. Venerdì la Procura generale chiederà per loro la conferma dell’ergastolo, poi la parola passerà ai difensori. Se tutto va come deve, prima di Pasqua ci sarà la sentenza che li rimanda per tutta la vita nel posto che gli spetta (poi magari tra quindici anni inizieranno a uscire in permesso premio, ma questo è un altro paio di maniche).

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