Colpo al clan dell'Arenella: cosa c'è dietro l'arresto del fratello della vedova Schifani

I personaggi e le storie che hanno portato all'arresto di Giuseppe Costa, 53enne fratello della vedova-coraggio di uno dei poliziotti morti nella strage di Capaci

La mafia a Palermo non insanguina più le strade ma si insinua silenziosa nelle borgate a caccia di affari e business. La conferma di questa mutazione genetica è arrivata ieri, con l’operazione della Dia, che ha messo nel mirino una delle famiglie mafiose del quartiere Arenella, gli Scotto, uno dei clan più rappresentativi a Palermo. Il bilancio è di otto arresti.

Scotto, il re dell'Arenella

A guidare la cosca, secondo la ricostruzione degli investigatori, era Gaetano Scotto: un personaggo oscuro, forse il depositario di numerosi segreti palermitani, non ultimo il possibile “pactum sceleris” della stagione stragista, consumato fra Cosa Nostra e servizi segreti. Scotto, 68 anni, è stato arrestato ieri mattina dopo aver scontato una lunga pena a Rebibbia per mafia. Tornato in libertà, al rientro nella sua borgata non sono mancate manifestazioni di “rispetto e devozione”. Dopo aver saldato il conto con la giustizia, il 21 gennaio 2016, Scotto aveva “ripreso il suo ruolo di prestigio - si legge nell’ordinanza del giudice per le indagini preliminari Roberto Riggio - all’interno di Cosa nostra quale capo della famiglia Arenella. E’ infatti emerso come allo stesso sia riconosciuto, oltre che un ‘rispetto’ all’interno della borgata, anche un penetrante controllo sul territorio attraverso il potere decisionale sulle attività economiche e delinquenziali”.

Il santo e il boss

L’Arenella è un porticciolo sulla costa della città di Palermo. Il 5 agosto del 2016, Scotto veniva accolto in quel porticciolo, in occasione di una festa religiosa. Anche la statua del Santo Patrono dell’Arenella, trasportato sul molo da una barchetta di pescatori, ha reso omaggio, inchinandosi , al boss Scotto, tornato al comando del suo quartiere. Scotto, quel giorno, era sul peschereccio assieme alla sua fidanzata. Quando la statua è stata portata a terra, pare che sia stata inchinata in segno di rispetto verso il capoclan. Per il capocentro della Dia di Palermo, Antonio Amoroso, quella “devozione” sottolinea “la grande importanza simbolica di tale gesto che rende promiscuo sacro e malaffare”. Un modo per ribadire “la funzione in termini di potere mafioso della partecipazione a feste pubbliche e religiose”. Anche la procura generale di Palermo si è occupata di Gaetano. Il boss ad oggi è indagato per l'omicidio del poliziotto Nino Agostino e della moglie Ida Castelluccio, uccisi brutalmente a Villagrazia di Carini il 5 agosto 1989. Scotto è accusato di essere stato mandante ed esecutore del delitto, assieme al capomafia di Resuttana Antonino Madonia, oggi detenuto al 41 bis. Il procuratore generale Roberto Scarpinato aveva chiesto l’arresto di Scotto per il delitto Agostino, ma il gip aveva respinto la richiesta, l’accusa però va avanti.

Il pizzo alla famiglia di Cosa nostra

In manette, per mafia, sono finiti anche i fratelli Francesco Paolo e Pietro Scotto, quest'ultimo negli anni Novanta era stato accusato dal falso pentito Enzo Scarantino di avere avuto un ruolo nella strage di via D’Amelio. Nel 2008 era stato scagionato dal pentito Gaspare Spatuzza. Ora, finisce in carcere pure il figlio di Pietro, Antonino. Il blitz della Dia ha coinvolto complessivamente otto persone. Gli interessi del clan Scotto sono state svelati dalle microspie piazzate dagli investigatori della Dia in bar, ristoranti e centri scommesse della borgata. Una costante attività investigativa che ha consentito di ricostruire alcuni retroscena degli incontri fra Gaetano Scotto e i suoi familiari che avvenivano sempre nelle primissime ore del mattino e sempre negli stessi posti. Nel quartiere Arenella, stando a quanto emerso dalle indagini, pochissimi sarebbero riusciti a sottrarsi al pagamento del pizzo, l’obolo che commercianti e imprese sono costretti a pagare ai clan. Il pizzo imposto dagli Scotto non necessariamente andava pagato in contanti.

Le intercettazioni

In una conversazione in cui Scotto racconta al nipote Antonino Rossi, considerato la “testa di legno” del White club - oggi sottoposto a sequestro preventivo - di avere degli amici che stavano “acchiappando” numerosi negozi. Dai grossi catering come la 'Galati Srl', a prestigiosi locali chic palermitani come 'Oro Colato', passando dal venditore ambulante o a chi vende le sigarette di contrabbando a quanto pare tutti dovevano seguire la stessa trafila per essere autorizzati, rischiando di finire lentamente nella fitta rete di estorsioni che il 68enne avrebbe gestito esigendo mensilità e percentuali sugli affari di alcune attività della zona. Dalle carte della Dia emerge un quadro nuovo, con il racket non necessariamente imposto con la forza; alcuni commercianti infatti avrebbero pagato senza imposizioni, per ingraziarsi il superboss. In un’intercettazione del 2016 effettuata al pub“White Club” Antonio Rossi diceva allo zio Gaetano Scotto che avrebbe appreso direttamente da Pietro Magrì - attualmente detenuto e tra gli indagati nell'operazione - dei favoritismi che Francesco Paolo Scotto avrebbe fatto a Giovanni Tarantino, titolare del ristorante “Trizzano” di piazza Tonnara, il quale “era stato abile nel sapersi accattivare la protezione degli Scotto, limitandosi a fare dei regali allora detenuto Gaetano Scotto e al fratello Francesco Paolo, riuscendo di fatto a evitare qualsiasi richiesta di pizzo”.

Scotto e Matteo Messina Denaro

Nelle carte dell’indagine anche il rapporto tra Scotto e “un altro spregiudicato imprenditore, Giuseppe Tarantino, con precedenti penali quali bancarotta fraudolenta e fallimento” – annota la Dia, già coinvolto nel precedente sequestro del Bar Alba, di cui era il gestore. Tarantino avrebbe chiesto “protezione” a Scotto, a seguito di richieste estorsive di altri, nel suo bar dentro un supermercato “Conad” a San Vito Lo Capo in provincia di Trapani. In un’importante intercettazione Scotto parla al nipote di questa richiesta. A quel punto tira in ballo perfino il latitante Matteo Messino Denaro: “...mi manda sempre i saluti di Alessio, di Matteo Messina Denaro… questo che è latitante”. Insomma grandi spunti investigativi documentati anche dai rapporti rapporti con soggetti italo-americani, rappresentanti delle più potenti famiglie di Cosa nostra d’Oltreoceano, già oggetto di indagini da parte di Fbi e Dea.

Il fratello della vedova Schifani

Tra gli arrestati nella operazione della Dia anche Giuseppe Costa, 53 anni, fratello di Rosaria, la vedova di Vito Schifani, uno dei tre poliziotti morti nella strage di Capaci col magistrato Giovanni Falcone e la moglie Francesca Morvillo, il 23 maggio ’92.

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