Che lavoro faremo nel 2025?

La pandemia ha accelerato la svolta digitale delle professioni. Ma i giovani sono pronti? La loro formazione rischia di essere obsoleta ancor prima che trovino un impiego

Che lavoro faremo fra cinque anni? Con tutta probabilità non più quello di oggi e nemmeno quello per cui abbiamo studiato. La pandemia non ha solo cambiato la forma - con smart working e webinar - ma anche la sostanza delle professioni. Di fatto accelerando una rivoluzione che era già dietro alla porta, pronta a esplodere.

Qualcuno ha pagato questa svolta a caro prezzo perdendo il posto, qualcun altro ha scoperto di essere pronto al salto, senza essersene reso conto fino al giorno prima, ma ora deve affinare le competenze per sopravvivere. In base alla lettura del prossimo futuro tratteggiata dalla Martin School dell'università di Oxford, pare che il 60% di quelli che entrano nel mondo del lavoro oggi, entro il 2025 avranno una mansione che ora ancora non esiste. Non stiamo parlando di chissà quando ma di una manciata di anni.

Va sul sicuro chi si sta formando un curriculum indirizzato al settore della tecnologia e dell'automazione, con Big Data, intelligenza artificiale e Iot, il cosiddetto «Internet delle cose», che renderà intelligenti e interattivi case, automobili, contatori di luce e gas e chissà cos'altro. Il 20% dei lavoratori di domani troverà un'occupazione nel mondo della nuova industria, quella delegata alla realizzazione di robotica, stampa 3D e trasporti. Impieghi emergenti anche quelli legati alla sanità: se con il Covid, infermieri e medici sono diventati i nuovi eroi nazionali, nel giro di cinque anni diventeranno figure ancora più cruciali per costruire la nuova assistenza sanitaria strutturata sempre più al di fuori degli ospedali e fatta di servizi differenziati.

«L'Italia paga il prezzo di essere poco tecnologica - spiega Vera Stigliano, membro del cda della fondazione Consulenti del lavoro -. Il 60% di chi percepisce un'indennità di disoccupazione è un analfabeta digitale. Ed è vero che ci aspettavamo la svolta tecnologica fra qualche anno e non così presto, né così velocemente, ma a questo punto dobbiamo considerare questo momento come una grossa occasione. Però dobbiamo entrare nell'ottica che nulla può tornare come prima. Chi si arma di coraggio e fantasia ce la farà. Faccio un banale esempio: chi insegna yoga, disciplina fisica che ha bisogno del contatto, ha trasformato tutto in corsi virtuali. Riadattandosi. E funziona. Non possiamo restare ancorati ai vecchi schemi».

DOMANDA E OFFERTA

Prepariamoci a veder nascere 133 milioni di nuove opportunità occupazionali e, in contemporanea, a vederne tramontare 75 milioni, in base ai calcoli della fondazione World economic forum sui prossimi tre anni. Siamo stati velocissimi ad adattarci a lavori a distanza, piattaforme web e tutto il resto. Ma la sfida che ci attende è molto più grande dello sforzo fatto dalla scrivania di casa in pieno lockdown. Si chiama skill mismatch ed è la discrepanza tra le competenze richieste dalle aziende e quelle effettivamente possedute dai lavoratori (al di là di quello che ognuno può dichiarare nel curriculum vitae). Nel settore delle tecnologie dell'informazione, per esempio, il gap tra domanda e offerta di competenze è attualmente del 18%.

Il rischio è evidente: quello che sappiamo fare e quello che invece serve potrebbero non collimare più, soprattutto dopo la rivoluzione di questo ultimo anno. E questo potrebbe portare a creare nuovi disoccupati (già ora il tasso di disoccupazione in Europa è salito a 6,6%) e all'illusione di un mercato che funzioni ma che in realtà sta lentamente morendo. Per questo, sostengono tutti gli esperti di lavoro, è necessario mirare la propria preparazione. Ed essere disposti non per forza a reinventarsi ma almeno a ricollocarsi, abbandonando l'idea che finiremo la vita lavorativa facendo il lavoro che facciamo oggi.

LA FORMAZIONE PERENNE

La parola d'ordine è una: elasticità. Se non siamo disposti a rimetterci in gioco concluderemo poco.

Unioncamere stima che solo in Italia, ci sarà bisogno di 2,5 milioni di occupati in più. Il 75% delle aziende italiane dichiara che, per fare fronte alla crisi, nei prossimi sei mesi metterà in campo azioni di reskilling del personale già presente in azienda, cioè un aggiornamento delle competenze, con corsi, approfondimenti e tutto ciò che servirà per non rendere vecchie e «paludose» le professionalità.

Fondamentale, dunque, l'acquisizione di nuova conoscenza tanto per gli studenti quanto per i professionisti. L'impatto della nuova formazione può anche avere un impatto determinante sulle retribuzioni, fino a incrementare uno stipendio di oltre il 40%.

Da questa considerazione nasce il progetto Phyd, di Adecco Group e Microsoft Italia: un hub che supera anni luce l'idea del vecchio ufficio di collocamento e che aiuta a maturare nuove competenze e trasformarsi assieme al mercato, cercando di arrivare dove i programmi scolastici o universitari non arrivano. O meglio, non arrivano in tempo.

ADDIO LAVORO UNICO

«Dagli anni Novanta - spiega Ivana Pais, docente di Sociologia economica all'Università Cattolica di Milano - siamo abituati a leggere ricerche che parlano dell'automazione del lavoro dando per scontato che la robotica leverà occupazione all'uomo. Ci stiamo accorgendo ora che invece creerà nuove professionalità. I giovani devono essere aperti al cambiamento e arrivare con le competenze giuste».

Più problematico invece può essere il riadattamento alle nuove regole di chi ha una professione classica e siede nello stesso ufficio da 20 anni, magari con un contratto a tempo indeterminato e con l'abitudine a fare gli straordinari la sera «perché è cosi che si fa carriera».

«Le regole ora sono assolutamente diverse - spiega Pais - tutto è più veloce e non esiste più fare un solo lavoro per tutta la vita. Anzi, ci stiamo rendendo conto che il fenomeno del doppio lavoro è sempre più diffuso. Ma con delle caratteristiche diverse rispetto al passato. Un tempo serviva per arrotondare, per permettersi certe spese extra che non rientravano nel budget mensile. Ora serve, anche a chi ha un contratto stabile, a diversificare, a fare altro per cercare nuovi stimoli. E soprattutto, al di là dell'interesse economico, c'è il desiderio di fare altro per gratificarsi, anche se si tratta di un'attività secondaria».

LA MANNAIA DEL VIRUS

La pandemia e i mesi di lockdown hanno ridisegnato gli equilibri, affossando certi settori e facendone esplodere altri. Azzerati gli introiti di turismo, viaggi e trasporti, dimezzati gli affari nel commercio (ad eccezione del settore food. La moda, nel primo trimestre dell'anno, ha registrato -36% degli introiti, così come il settore delle macchine tessili.

Hanno invece aumentato le entrate rispetto al pre epidemia la grande distribuzione (+60%), la logistica e l'e-commerce (+40%), le aziende di sanificazione, il settore medico, chimico-farmaceutico (+16%). E, quasi a sorpresa, il settore delle risorse umane (+17,6%) a conferma che qualcosa sta realmente cambiando sul serio.

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