Pansa fa a pezzi De Benedetti

L’ex vicedirettore di Repubblica racconta i suoi incontri ravvicinati con l’ingegnere

Pansa fa a pezzi De Benedetti

Nell’estate del 2010, De Benedetti stava per compiere 76 anni, uno più di me e due più di Berlusconi. Dunque era fatalmente incline a sbroccare. Vale a dire parlare a vanvera, eruttando qualsiasi cosa ti passi per la men­te. Senza tener conto del tuo ruolo e delle conseguenze che provochi. Fu quanto gli accadde venerdì 11 giugno 2010, a Pacengo di Lazise, in provincia di Ve­rona, sul Garda. Qui si teneva un convegno organizzato da Enrico Letta, deputato demo­cratico Nord Camp 2010. Invitato a parlare, l’Ingegnere non seppe dire di no. E si trovò alle prese con un intervistatore di quelli tosti: Antonello Piroso, in quel momento ancora direttore del telegiornale di La7. Di Berlusconi disse: «Non è un mascalzone né una carogna, ma soltanto un gran bugiardo. È l’Alberto Sordi della politica. E poi è stato nella Loggia P2 di Gelli». D’Alema? «Non mi sono pentito di quello che ho detto sul suo conto». Il Partito democratico? «È una balena arenata sulla spiaggia». Ezio Mauro? «È il direttore migliore che ci sia in Italia. Resterà a Repubblica fino a quando lo vorrà lui. Io certamente non lo manderò via » . Il defunto Carlo Caracciolo? «Era un uomo tirchio».

E il maledetto Pansa, ancora in vita? Qui l’Ingegnere si scatenò, doveva avere ancora nel gozzo la mia intervista al Corriere . E si mise a sparacchiare: «Pansa è invecchiato! È un signore frustrato, una persona un po’ anziana, di quelle che inacidiscono, come l’aceto, perché pensano di non aver avuto quello che la vita gli doveva dare, un poveretto che sperava di diventare il direttore dell’ Espresso ...». Quando lessi sui giornali il ritratto che il potentissimo CDB aveva fatto di me, mi venne da ridere. Per due motivi. Il primo era il sentirmi dare dell’anziano da un signore che aveva un anno più di me. Il secondo riguardava l’ingenuità dell’Ingegnere nel pensare che le mie critiche al suo impero di carta avessero un’origine tanto bizzarra: la delusione di non aver potuto dirigere il suo settimanale. Non era vero, naturalmente.

Gasato dal pubblico di Lazise che lo applaudiva, e su di giri per essere il protagonista di un talk show televisivo, quel poveretto dell’Ingegnere si era messo a raccontare balle. Insultando un signore assente e che non poteva replicargli. A farla corta, aveva messo in mostra un’arroganza da miliardario volgare, di quelli che si vedono nei cinepanettoni. La verità era un’altra. Avevo lavorato diciassette anni all’ Espresso e mi ero reso conto che, a poco a poco, si era rivelato una trincea debole contro la volontà dell’editore. Giulio Anselmi, il direttore succeduto a Rinaldi, era stato licenziato di punto in bianco, senza un perché, al termine di una cena a casa Caracciolo. La stessa pedata si sarebbe presa Daniela Hamaui, messa fuori all’improvviso il 15 luglio 2010, sempre durante una colazione di lavoro.

E mi auguro che non accada la stessa cosa al direttore odierno, Bruno Manfellotto. Insomma, non mi chiamavo mica Giocondo e sapevo come funziona il circo della carta stampata. Soprattutto quando l’editore è un padrone dispotico, un autocrate come si era definito l’Ingegnere. Avevo sempre rifiutato di fare il direttore di qualsiasi testata. E immaginare di farlo all’ Espresso , una fonte infinita di rogne per chi lo guidava, era sempre stato l’ultimo dei miei pensieri. Dunque conclusi che i padroni come De Benedetti avevano sempre in mente poltrone da distribuire o da negare. Aveva ragione la mia mitica nonna Caterina, analfabeta e povera in canna: non sono i soldi a fare di uno sciocco un furbo.

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