Però è indicativo. Ultimamente non c'è stato evento raccontato in modo più confuso di quello a cui hanno partecipato così tanti giornalisti. Ci riferiamo alla cena dei corrispondenti della Casa Bianca dove un attentatore voleva sparare a Trump. Centinaia di cronisti, fotografi, cineoperatori. E nessuna verità. La massima informazione coincide con la peggiore incertezza.
E comunque ciò che è successo al Washington Hilton al momento dell'assalto ci restituisce la miglior fenomenologia della categoria giornalistica. La quasi totalità dei colleghi, con sprezzo del pericolo, mettendo la notizia davanti a tutto, si è nascosta sotto i tavoli. Il famoso giornalismo d'assalto. Alcuni invece sono stati filmati mentre rubavano bottiglie di champagne dai tavoli: saranno stati di Libération, o del manifesto. L'esproprio proletario declinato nella breaking news. Qualcuno invece rideva e chiacchierava, come niente fosse: era l'ala complottista della stampa, quella per cui l'attentato è una montatura. Tra gli italiani c'era Fanpage. Molti poi i colleghi impegnati a farsi i selfie; ed è strano perché i giornalisti di solito sono scevri da qualsiasi narcisismo... E infine c'era un collega, l'unico, che non ha perso la calma ed è rimasto al suo posto, continuando a mangiare, impassibile e attento.
L'incarnazione della celebre obiettività anglosassone, ci siamo detti. Poi si è saputo che non è un giornalista. E che è rimasto seduto solo perché soffre di una terribile lombalgia. Peccato. Almeno ce ne sarebbe stato uno con la schiena dritta.