C'è una biografia-fiume di Mario Draghi che, dopo mesi di circolazione carsica, viene finalmente alla luce con le sue acque limpide e sorprendenti. Mi ha procurato due scoperte. La prima riguarda l'oggetto del racconto, Draghi appunto: mai ritratto così, da vicino e da lontano, persino - per quanto è possibile con un uomo simile - dal di dentro. La seconda riguarda il soggetto scrivente, anzi, per stare alla filosofia attuale dei generi, la soggetta: Cristina La Bella, che al suo esordio da storica si rivela una scrittrice e giornalista con i controfiocchi. Mario Draghi. La speranza non è una strategia (Santelli Editore, 440 pagine, 25 euro) è una vera enciclopedia del personaggio. C'è dentro tutto: gli episodi della vita, le tesi dell'economista, il modo in cui le ha applicate nei momenti in cui non era consentito sbagliare. La Bella ha studiato per anni, dal 2020 al 2025, la produzione di Draghi; lo ha incontrato; ha scavato nei discorsi, nei gesti, nelle decisioni, nelle pieghe del carattere. Ne è uscito un lavoro che è insieme giornalismo, biografia, economia, teoria politica, psicologia del potere. E, cosa rara, si legge con gusto. La cosa mi tocca anche personalmente. Io ho sperimentato in Draghi una libertà di rapporto che non mi aspettavo. Fu lui a propormi di incontrarci: io, che sono tutto meno che un economista e che, almeno secondo la figurina pubblica che mi hanno appiccicato addosso, dovrei abitare un altro pianeta rispetto al suo. Invece trovai un uomo curioso, cordiale, arguto, capace di ascoltare. Trovai, lo dico senza enfasi, un amico. Non aggiungo altro, perché la parola amico contiene già molte stanze. Questo libro mi ha aiutato a capire meglio perché quell'amicizia, nata da un invito semplice, si sia poi sviluppata fino a diventare un appuntamento costante della mia vita. Non pretendo di sapere se lo sia stata anche della sua; mi basta dire che per me lo è stata.
La Bella riesce a trattare le questioni economiche mostrandole connesse alle emozioni, cioè fa convivere due cose che di solito stanno insieme come i cavoli e la merenda. E invece qui funzionano. Draghi ne esce come una personalità intera, non semplice, non riducibile alla maschera del tecnico glaciale. Non a caso, nel libro compare anche Grace Kelly, evocata attraverso la celebre definizione con cui Alfred Hitchcock la descriveva: "ghiaccio bollente". Ecco, Draghi, nella lettura di Cristina La Bella, è proprio questo: ghiaccio bollente. Uno che trattiene i sentimenti, non li sventola, non li butta in faccia alla gente; ma proprio per questo lascia intuire, sotto l'aplomb, una passione potente, disciplinata, quasi pudica. E qui comincia la sorpresa vera. Perché il cuore del libro non è una tesi economica, ma una frase. Tre parole in inglese che hanno cambiato la storia europea: whatever it takes. Non una formula da convegno, ma una decisione. Un atto. Una presa di responsabilità pronunciata nel 2012 alla Lancaster House di Londra, quando l'euro stava per saltare. Traduzione: "tutto ciò che è necessario", oppure, più asciutto e più vero, "costi quel che costi". E, per intero: "Whatever it takes, and believe me, it will be enough" - "Faremo tutto ciò che è necessario e, credetemi, sarà sufficiente".
La giovane autrice - e qui si vede la stoffa - non si accontenta della citazione. Scava. E scopre che quel motto ha una radice più profonda: il todo modo ignaziano, quello di Ignazio di Loyola. Fare tutto il necessario, usare ogni mezzo lecito per il bene. Nel testo si legge: "Dalla quarta elementare al terzo liceo, Mario Draghi ha frequentato l'Istituto Massimiliano Massimo a Roma, che seguiva i dettami della Compagnia di Gesù fondata da Ignazio di Loyola e consacrata come ordine di chierici nel 1540 da Papa Paolo III". Davanti a platee regali ringrazia con semplicità per queste sue radici: "La scuola dei Gesuiti che frequentai in Italia aveva un principio guida di base: la ricerca dell'eccellenza doveva sempre accompagnarsi all'integrità e a un messaggio morale, la motivazione a porsi al servizio della giustizia e dell'equità sociale".
Eccellenza dunque non come cinismo da super-uomo, ma una responsabilità. Non una scorciatoia, ma una disciplina. La Bella rintraccia questo legame tra le famose tre parole che "salvarono l'euro" citando un mio libro, Il latino lingua immortale, dove quel nesso era stato intuito: il latino, i gesuiti, la forma mentale. In Draghi, tutto questo diventa azione.
E non è un caso che tutto parta - per l'autrice - dal Meeting di Rimini 2020. Lì Draghi pronuncia una frase che è quasi una chiave: "Il futuro dei nostri giovani è la cosa più importante di tutte". Dentro quel discorso risuona anche un'altra lezione, cara a John Maynard Keynes: "When the facts change, I change my mind. What do you do, sir?" - "Quando i fatti cambiano, io cambio opinione. E lei cosa fa, signore?". È il contrario dell'ideologia: è il primato della realtà. La Bella è in sala, ascolta, e capisce che lì c'è qualcosa che non torna rispetto all'immagine pubblica del banchiere freddo. Da quel momento comincia un lavoro di cinque anni. Non una biografia, ma un inseguimento.
Il libro non nasconde nulla. C'è Goldman Sachs, c'è il Tesoro, c'è la Bce, c'è Palazzo Chigi. C'è anche il rapporto non facile con Giulio Tremonti. C'è la diffidenza tedesca e poi l'ammirazione internazionale. C'è il sospetto e c'è il riconoscimento. C'è tutto. E proprio per questo il ritratto è credibile.
E ci sono le parole di Draghi, che bastano da sole a disegnare un carattere. Ne cito cinque.
- "Faremo tutto ciò che è necessario e, credetemi, sarà sufficiente"
- "Privare un giovane del futuro è una delle forme più gravi di diseguaglianza"
- "Non c'è sovranità nella solitudine"
- "Negli Stati Uniti ho imparato cos'è il duro lavoro"
- "Non mi sono mai considerato il migliore"
Cinque frasi, cinque tagli netti. Dentro c'è tutto: decisione, giustizia, realismo, umiltà, lavoro. E poi c'è la vita. La madre, la maestra Gilda, che insegnava alle ragazze a leggere e scrivere quando non era scontato. La disciplina. La perdita precoce dei genitori. Il Mit di Chicago, sotto Franco Modigliani. Il lavoro duro. La capacità di non cercare il consenso. E insieme le cose minime: l'orologio avanti di cinque minuti per non far aspettare nessuno, una bacchetta magica sulla scrivania a Bruxelles, il basket, la Roma, le passeggiate. E qui si capisce davvero la forza di Cristina La Bella. Riesce in un'impresa che di solito fallisce: mettere insieme tecnica ed emozione senza ridurre né l'una né l'altra. È un libro che si può leggere anche senza essere economisti: e forse proprio per questo insegna qualcosa di più. Draghi, in queste pagine, appare per quello che probabilmente è: un uomo che non ama parlare, ma agire. Che non cerca di piacere, ma di fare. Che ha imparato presto che la speranza non basta. Che bisogna decidere. E pagare il prezzo delle decisioni. E, leggendo queste pagine, è venuto a me anche un rimpianto. Le parole durissime di Francesco Cossiga su Draghi - "vile affarista" - restano lì, come una ferita aperta della nostra storia pubblica. E confesso: mi sarebbe piaciuto fare in tempo a ridare pace a Cossiga su Draghi.
Fargli vedere questo uomo intero, non ridotto a una caricatura. Perché whatever it takes resta. Non come slogan, ma come misura. Di un uomo e di un tempo. E per questo il libro merita di essere letto. Non per celebrare Draghi, ma per capirlo. Che è una cosa molto più rara.