Il partito delle toghe replica la sceneggiata dello spot anti Silvio

I penalisti, che non hanno peli sulla lingua, parlano di «sceneggiata». Certo, anno per anno, specialmente nella stagione del centrodestra, l’Associazione nazionale magistrati mobilita le toghe contro il governo. E lo fa, naturalmente, cercando il massimo impatto mediatico. Domani, la protesta prenderà la forma del rifiuto e della lacerazione istituzionale: quando, per l’apertura dell’anno giudiziario, parleranno i rappresentanti dell’esecutivo i magistrati se ne andranno. Una presa di distanza che è già un carosello di titoli e di visibilità sui giornali. E che naturalmente prevede le zone franche, le eccezioni strategiche, all’insegna del politically correct, in cui far prevalere il rispetto allo sgarbo: la cerimonia attesa per oggi in Cassazione, alla presenza del capo dello Stato, e quella di domani all’Aquila, dov’è in agenda il discorso del Guardasigilli. E dove tutti rimarranno incollati alle poltrone.
Berlusconi, in coda al Consiglio dei ministri che ha varato le misure di lotta alla ’ndrangheta, cerca di smussare i toni: «Da parte nostra non c’è mai stato alcuno scontro con le istituzioni, non c’è e non c’è mai stato. Se poi si vuole fraintendere le parole, è un’altra cosa, ma la volontà di scontro non c’è e non c’è mai stata». I giudici non raccolgono. O non gli credono.
Di sicuro i magistrati approfittano da anni con la regolarità di un metronomo della vetrina delle prolusioni per andare all’attacco del governo Berlusconi. E lo fanno calibrando gesti coreografici, dal sapore vagamente postsessantottino, che inevitabilmente fanno notizia. Nel 2005, quando a Palazzo Chigi c’era sempre il Cavaliere ma in via Arenula al posto di Angelino Alfano c’era Roberto Castelli, indossarono le toghe nere, segno di lutto, e impugnarono la Costituzione, come Mosè le Tavole della legge, per dire no al partito del cambiamento. Che, per loro, si legge stravolgimento. Del resto, qualche tempo prima, nel 2002, Francesco Saverio Borrelli aveva incendiato il Paese lanciando proprio all’apertura dell’anno il suo triplice «resistere», subito diventato una sorta di slogan, urlato dovunque da tutti i nemici del Cavaliere. E nel 2003 la solita Costituzione, venerata più di una reliquia, era stata distribuita in tutta Italia come segno della legalità.
È così a ogni inaugurazione, i rappresentanti del governo vengono accolti, fra brusii e sedie vuote, come paracadutisti di un Paese straniero. E trovano un clima teso, molta diffidenza e qualche giudice pronto a mettere in fila tutti i presunti peccati della politica giudiziaria del Pdl: i discorsi del Cavaliere contro le toghe, discorsi che ingrassano i bulimici fascicoli aperti a tutela del Mesiano di turno (passato alla storia per i suoi calzini turchesi), le leggi ad personam, gli attacchi a questo e a quello, lodi di prima e seconda generazione, strappati dalla Consulta come cerotti, legittimi impedimenti vari. Insomma, dal 2001 se non prima, la partenza dell’anno giudiziario diventa la giornata del cortocircuito perfetto fra politica e giustizia. Tutti parlano di riforme e tutti si parlano addosso.
Anche stavolta l’Anm ha preparato le sue manifestazioni e l’Unione delle camere penali sostiene che «il sindacato delle toghe si atteggia ormai a partito politico, si muove per conservare l’esistente e per continuare a tenere sotto ricatto la politica». Insomma, per gli avvocati le toghe sono arroccate nel recinto dello status quo e sono i veri nemici delle riforme e di un sistema che finalmente funzioni.
Berlusconi afferma di non voler tagliare i ponti del dialogo, Alfano è più duro: l’iniziativa delle toghe gli pare un gesto da «campagna elettorale» in vista delle prossime elezioni del Csm. E di fronte al silenzio delle stesso Csm, che da due settimane deve esprimere un parere sull’invio di sei magistrati a Reggio Calabria per fermare l’assedio delle cosche, replica beffardo: «Ci rendiamo conto che il Csm è impegnatissimo a dare pareri contro le nostre leggi».
Non c’è niente da fare. Il giorno in cui la giustizia diventa oggetto di una radiografia solenne, e quasi sempre drammatica, è anche il giorno in cui si misura il muro alzato in questi anni di polemiche senza fine. E l’Anm - con la contrarietà di Magistratura indipendente, la corrente più a destra - non perde occasione per mostrare con la regolarità di un treno svizzero la sua lontananza da Berlusconi e dalla maggioranza. Nulla di nuovo, fra invettive, proclami e scomuniche. Borrelli ormai è in pensione, governa il Conservatorio di Milano, ma i suoi colleghi non indietreggiano di un millimetro e ripetono la solita litania di accuse al governo. In un documento che sarà letto in tutta Italia, i giudici dicono basta a «insulti e aggressioni» e ripetono un no senza se e senza ma a «leggi prive di razionalità e di coerenza, pensate con riferimento a singole vicende giudiziarie».
In realtà è lo stesso spartito che le toghe propongono tutti gli altri giorni dell’anno, dal momento della discesa in campo del Cavaliere. Il calendario si ripete. Come le geremiadi che si leveranno altrettanto puntuali sulla giustizia allo sfascio. Di inedito ci sarà, semmai, il dossier che i magistrati distribuiranno a corredo delle proteste per dimostrare che «non sono fannulloni strapagati».
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