Petrolio ma non solo: ora i prezzi sono negativi

Il caso più clamoroso è stato quello del petrolio. Un paio di settimane fa un barile della qualità West Texas Intermediate (Wti) è arrivato a valere -40 dollari

Il caso più clamoroso è stato quello del petrolio. Un paio di settimane fa un barile della qualità West Texas Intermediate (Wti) è arrivato a valere -40 dollari. In pratica chi voleva sbarazzarsene doveva pagare (e salato) l'acquirente. Una specie di mondo all'incontrario che sembra sfuggire alle regole del senso comune.

Nel caso del petrolio a pesare è stato l'improvviso stop ai consumi legato alla pandemia. Le scorte si sono accumulate, e trovare un luogo dove depositare il combustibile inutilizzato è diventato un problema che si è tradotto in un costo, espresso in prezzi negativi alla vendita. La cosa è successa in termini più o meno analoghi anche in campo finanziario. Nel 2014 la Banca Centrale Europea ha portato per la prima volta in territorio negativo il tasso dei depositi che le banche commerciali detenevano a titolo di riserva presso di lei. La stessa cosa hanno fatto via altri istituti centrali, dalla Svizzera alla Svezia, dal Giappone alla Danimarca. In negativo sono andati anche i rendimenti delle obbligazioni emesse da molti Paesi. La società americana Pimco, colosso dell'investimento globale, calcola che nel mondo circolino tra i 9 e i 10 miliardi di bond con un tasso di interesse negativo. Il principio è tutto sommato quello del petrolio: in questo caso chi compra Bund tedeschi è disposto a pagare una piccola cifra per il beneficio di avere il proprio denaro impegnato nei titoli considerati più sicuri.

Dal punto di vista di una banca centrale i rendimenti negativi sulle somme lasciate in deposito dalle banche commerciali rispondono a un obiettivo: invitare queste ultime a non lasciare inattivi i soldi e anzi spingere perchè prestino il più possibile e al tasso più basso per dare uno stimolo all'economia e rilanciare i consumi.

Gli esempi più estremi arrivano dal Nord Europa: la Riksbank, banca centrale svedese, la più antica del mondo, ha tenuto negativi i tassi per cinque anni, ritornando allo zero solo nel dicembre scorso. La banca centrale danese è quella che invece ha portato i rendimenti al livello più basso: -0,75%. Gli economisti sono ancora divisi sull'impatto reale dei rendimenti negativi. A non dubitare, invece, della bontà della scelta sono molti i danesi che hanno comprato casa. Anzichè pagare un interesse, alcuni tra loro si sono visti ridurre l'importo del mutuo.

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