Di Pietro sbeffeggia gli alleati: «Punito chi non è carne né pesce»

RomaIl Pd dà la colpa al candidato presidente Carlo Costantini che «non traina la coalizione», Costantini dà la colpa all’ex presidente arrestato Ottaviano Del Turco e nello scaricabarile generale del giorno della débâcle abruzzese, l’unico che se la gode beato è Antonio Di Pietro. Al quale del risultato di Costantini («suo» candidato) importava poco e niente, di quello del Pd e della coalizione ancor meno, ma del suo sì, eccome.
E ora, dopo aver cannibalizzato il voto Pd, non esita a presentare il conto e irridere l’alleato Walter Veltroni: «Noi quintuplichiamo i voti», esulta, mentre vengono sconfitti «quei partiti che non sono né carne né pesce, che partecipano alle commissioni, che dicono “ma anche”». Dopo il danno, insomma, anche la beffa.
E sotto il coperchio, nel pentolone Pd ribolle l’insofferenza. Il dalemiano Nicola Latorre chiede una «riflessione collettiva e rigorosa» nella Direzione di venerdì sul fatto che «Di Pietro sta erodendo elettorato più a noi che ai nostri avversari». Il quotidiano ex Margherita Europa invoca: «Via di corsa da Di Pietro» e da questa «alleanza fasulla e suicida». Perché Di Pietro «pensa solo a se stesso, ricatta il Pd e alla fine non gli fa vincere nulla». Anche il coordinatore del Pd Peppe Fioroni, dando voce anche al rimpianto di Franco Marini, sospira: «Il mio rammarico è che con l’Udc avremmo vinto», altro che Di Pietro.
Veltroni, e insieme a lui i massimi dirigenti del Pd, concentrano l’attenzione sul vasto astensionismo, e comprensibilmente evitano di sottolineare troppo l’emorragia subita dalla loro lista: circa quindici punti persi rispetto alle scorse elezioni regionali, una picchiata dal 35% al 20%. Il Pd da solo ha poco più dei soli voti Ds del 2005. E nella provincia dell’Aquila subisce addirittura l’umiliazione del sorpasso da parte di Idv. Il segretario ammette che nel risultato e nella massiccia diserzione delle urne «c’è malessere, stanchezza e critica anche nei nostri confronti». E promette: «Dobbiamo fare di più sulla questione etica. Dobbiamo essere severi con noi stessi e poi con gli altri». Veltroni lascia poi al portavoce Pd Andrea Orlando il compito di delineare meglio la linea di difesa: il Pd effettivamente «è stato colpito più di altre forze politiche», e su questo «occorrerà riflettere». In quale direzione? Quella del «rinnovamento della classe dirigente e del superamento di vecchie logiche». Veltroni insomma ha intenzione di usare anche il capitombolo abruzzese per cercare di scalzare la «vecchia guardia» interna di Ds e Margherita, e imporre i suoi organigrammi. «Non abbiamo perso noi ma il passato», spiega il consigliere veltroniano Walter Verini.
Quanto a Di Pietro, Orlando fa notare come il candidato Costantini non ha «parlato all’intero centrosinistra», «avvantaggiando» solo la sua lista di provenienza. Tant’è che, sottolinea il responsabile Enti locali Fontanelli, «ha preso meno voti della coalizione». Parecchi di meno, almeno il 3%. «Un po’ di elettori Pd devono aver preferito Chiodi, paradossalmente», allarga le braccia Giorgio Tonini. Un bel po’. E d’altra parte, come raccontato dal Giornale, alcuni dirigenti locali del partito avevano dato indicazione di voto disgiunto (alla lista del partito ma non al candidato di Tonino), per «punire» l’alleanza con Di Pietro e mandare un messaggio anche a Veltroni.
Il quale però, assicurano i suoi, non ha intenzione di fare mea culpa e di aprire un tormentone attorno a Di Pietro: «Ora quello che conta è fare il partito, non discutere di alleanze», dice Verini. Nella relazione in Direzione, l’argomento Idv sarà trattato «molto marginalmente».

E Tonini fa un parallelo tra il voto di Trento e quello di ieri: «C’è un’impressionante analogia: là il centrodestra aveva un candidato leghista, e il Pdl ha preso una batosta. Qui la batosta la prendiamo noi col candidato dipietrista: è la dimostrazione che la guida delle coalizioni non può averla la forza più radicale».

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