«Al plagio, al plagio!». Ma è tutto un trucco

Se, come recitava un vecchio slogan pubblicitario, il successo di un prodotto era decretato da «innumerevoli tentativi di imitazione», nel campo delle lettere le cose vanno in maniera opposta: se hai successo troverai probabilmente qualcuno che ti accuserà, a torto o a ragione, di plagio, di avergli saccheggiato la mente. Non fosse altro che per avere, se non proprio un quarto d’ora, cinque minuti di celebrità. Quel qualcuno ti vorrà dar fuoco come a Danilo Kis. E non sarà così remissivo e prossimo alla dipartita come Lucilla Andrews.
Vediamo i loro casi, emblematici. Kis, il grande scrittore jugoslavo, finì nel mirino dei detrattori per un presunto furto letterario. Il libro che scatenò il casino è Una tomba per Boris Davidovic (Adelphi). La vicenda si svolse nella seconda metà degli anni ’70 ed ebbe un grande peso nella decisione di Kis di abbandonare Belgrado per la Francia, dove morirà nell’89. Tanto che la ricostruzione della rissa a mezzo stampa, opera del giornalista Boro Krivokapic, si intitolava Bisogna bruciare Danilo Kis? E la Andrews? L’ambientazione, un ospedale inglese durante il secondo conflitto mondiale, accomuna Espiazione di Ian McEwan e il suo No Time for Romance. Lei, benché citata come fonte di ispirazione da McEwan, si è sentita plagiata, anche se ha dichiarato di non voler far causa al più illustre collega e poi, in età avanzata, si è spenta insieme alle polemiche.
Il polverone sollevato dalle accuse per plagio sembra essere un fenomeno meteorologico sempre più frequente, nel panorama editoriale globale, in particolare italiano. E se Kis aveva elaborato in chiave del tutto personale e originale alcuni accadimenti dell’universo comunista, testimoniati da Karlo Stajner in Settemila giorni in Siberia (di qui le ingiuste accuse), diverso è il caso di Tiziano Scarpa. Il quale ha scritto una storia, Stabat Mater (Einaudi) che secondo qualcuno ha troppi tratti in comune con Lavinia fuggita, una novella composta negli anni ’50 da Anna Banti. Entrambe le opere sono pervase dell’atmosfera mistica e mortificatoria dell’Ospedale della Pietà a Venezia, dove vivevano le trovatelle la cui educazione musicale, unica forma di riscatto, faceva capo al prete Antonio Vivaldi. È stato Gian Paolo Serino, sul Riformista, a sollevare la polemica che però non ha impedito a Scarpa di vincere lo «Strega». Sempre Serino aveva lanciato il caso del giornalista Claudio Ciccarone, che ha ravvisato analogie sospette tra il best seller Firmino (Einaudi), di John Savage, e il suo La bibliotecaria, uscito nel 2000 e riedito da Fanucci, l’anno scorso, sull’onda delle polemiche. Da una parte un topo mangialibri, dall’altra una tarma che pratica la stessa dieta. Ma dal lepidottero al ratto il passo è molto lungo, quantificabile in centinaia di migliaia di copie vendute a vantaggio del sorcio bibliofilo.
Sono dunque parecchi, solo per limitarci agli ultimi tempi e all’Italia, gli scontri editoriali scatenati da sospetti di uso della carta carbone. Eliminato dal campo penale e psicologico, dove indicava un assoggettamento della volontà altrui difficile da dimostrare, il plagio vive un «rinascimento» in campo narrativo, dove sta a rappresentare una violazione del copyright, una scopiazzatura di idee d’altri. Anche se molto spesso il movente sembra meno nobile: chiedere un risarcimento milionario o, male che vada, farsi un po’ di pubblicità. Piccoli scrittori e autori sconosciuti con la sindrome da genio incompreso alzano il dito minaccioso all’indirizzo del più celebrato bestsellerista: deve tutto (o quasi) a me...
Il primo a definire il termine plagio in chiave letteraria fu Marziale, poeta romano del I secolo che ravvisò nei versi declamati da un concorrente l’eco fin troppo forte delle proprie liriche. E la parola «plagio», nelle sue varie incarnazioni linguistiche (plagiarism in inglese, per esempio) viene difatti dal latino plagium, che vuol dire «furto». Dei frutti dell’altrui intelletto. Ma bisogna arrivare alla fine del XIX secolo perché una convenzione internazionale sul diritto d’autore, quella di Berna del 1886, getti le basi di un quadro dove il plagio è perseguibile nelle aule di tribunale e sanzionabile giuridicamente. Tuttavia, se per alcune espressioni dell’ingegno, dalle invenzioni scientifiche alla musica, il plagio è più facilmente smascherabile, in ambito narrativo le cose si fanno più complesse.
Il giudice che ha riconosciuto diversi punti di contatto tra la storia raccontata da Daphne du Maurier in Rebecca e quella che si snoda nelle pagine di Vera, romanzo di Elizabeth Von Arnim che ha la precedenza cronologica, non si è spinto fino alla condanna. Non ha riscontrato gli estremi per mortificare la du Maurier e sanzionare quello che fu uno dei maggiori successi tra le due guerre. Restando nel Regno Unito, ma venendo a tempi più recenti, J.K. Rowling è stata denunciata all’Alta Corte dagli eredi di Adrian Jacobs per aver copiato «consistenti parti» di The adventures of Willy the wizard nel suo Harry Potter e il calice di fuoco. Furto con magia, nella scuola dei maghi... Ma non è stato certo per colpa di un incantesimo «made in Hogwarts», la scuola di magia rowlinghiana, che Harry ha surclassato, fino a cancellarlo, il «collega» creato da Jacobs... E persino Dan Brown, bestsellerista per eccellenza, è stato trascinato in tribunale da Michael Baigent e Richard Leigh, per aver preso dal loro The Holy Blood and the Holy Graal («Il sangue sacro e il sacro Graal») la tesi secondo cui Gesù ebbe un figlio dalla Maddalena. Dan Brown verrà assolto nonostante l’Alta Corte abbia ravvisato similitudini sospette e lui stesso abbia ammesso di aver letto il libro. Letto e imparato fin troppo bene, secondo i colpevolisti. Letto e rivisto radicalmente: quasi un miracolo, secondo innocentisti e fan.
Un debito non riconosciuto è una caduta di stile, ma non basta a configurare il plagio. Tuttavia una schiera sempre crescente di autori che si sentono defraudati intentano causa ai presunti ladri. L’impiegata romana Adriana Pichini ha puntato l’indice contro la sceneggiatura del film di David Fincher. Il curioso caso di Benjamin Button, con Brad Pitt, non sarebbe ispirato al racconto di Francis Scott Fitzgerald, ma a un manoscritto della signora, Il ritorno di Arthur all’innocenza, inviato invano negli Stati Uniti e mai pubblicato. Insomma, un plagio doppiamente ipotetico... Restando nei soggetti cinematografici, lo scrittore Alexis De Vilar se la prende invece con Woody Allen, che, per Vicky Cristina Barcellona, si sarebbe ispirato a Goodbye Barcellona, romanzo il cui protagonista è un pittore astratto. A differenza della Pichini, De Vilar non solo ha pubblicato, ma è stato anche finalista in diversi premi, tra cui il «Planeta» nell’88. Ma Barcellona è una grande città dove, se c’è posto per Alexis De Vilar, potrebbe non essercene per il mitico Woody?

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