«Poche speranze per la democrazia Cina e Russia proteggono il regime»

Le elezioni serviranno solo a mantenere lo status quo

«Poche speranze per la democrazia Cina e Russia proteggono il regime»

L’ennesimo processo alla «Signora» della Birmania finisce come previsto: dal carcere di Insein, Aung San Suu Kyi torna a casa, condannata ad altri 18 mesi di arresti domiciliari. Sein Win, cugino della leader democratica e primo ministro del governo birmano in esilio (il National Coalition Government of the Union of Burma) non si scompone. «Tutto lasciava immaginare questa conclusione e anche l’atto di clemenza del generalissimo Than Shwe (che ha diminuito a 18 mesi la pena) è solo una farsa. La giunta militare è divisa sul destino da riservare a The Lady, ma su una cosa procede compatta: tenerla lontana dalle elezioni generali del 2010».
Sein Win ha lasciato la Birmania nell’ottobre del 1990, cinque mesi dopo che il suo partito, la Lega nazionale per la democrazia (Lnd), aveva sbancato alle urne. La giunta non riconobbe mai quel voto e i vincitori diedero vita a un governo in esilio volontario. Da allora Aung San Suu Kyi, fondatrice di quello stessa formazione, è il nemico numero uno per il regime dei «macellai di Rangoon».
Professor Sein Win, nulla di nuovo nel verdetto di ieri.
«Assistiamo a una grottesca parodia della Giustizia: i domiciliari di Aung San Suu Kyi stavano per scadere e cosa succede? Un cittadino americano, per la prima volta in Birmania, decide di entrare in casa sua, uno dei luoghi più sorvegliati del Paese. I colpevoli, casomai, sono gli agenti della sicurezza».
Perché i generali hanno così paura della Signora?
«La odiano tanto perché la gente la ama tanto. È l'unica che riesce a unire tutto il Paese. Ha un seguito anche tra l'esercito, visto che suo padre (Aung San) fu un famoso generale ed eroe dell’indipendenza».
Che significato ha questa sentenza?
«Dimostra la volontà di impedire a Suu Kyi di candidarsi alle prossime elezioni. Proprio quelle che il regime promette saranno libere e trasparenti! A questa data Unione europea e Onu devono guardare con serietà, se hanno a cuore il futuro del nostro Paese».
Ha dubbi a riguardo?
«La comunità internazionale ha delle responsabilità: è vergognoso che la Birmania sia membro Onu e ne violi così apertamente ogni principio. Il Consiglio di sicurezza è bloccato dall’ostruzionismo di Cina e Russia. Le visite degli inviati speciali e quelle di Ban Ki-moon hanno portato solo a un nuovo arresto di Suu Kyi».
Il voto del 2010 fa parte della road map della giunta verso la democrazia.
«Non vi è nulla di democratico: la Costituzione, approvata con un referendum farsa, è studiata per mantenere lo status quo. Tra l’altro, prevede che il capo della giunta nomini il 25% dei parlamentari».
Però ha l’appoggio dell’Onu.
«L’Onu ha detto di aver preso in considerazione la road map del regime, solo perché noi dell’opposizione non presentavamo una proposta migliore e unitaria».
Cosa avete in mente, quindi?
«Solo la democrazia, fondata su una Costituzione condivisa, consentirà di conquistare pace e stabilità. Fino al 13 agosto siamo riuniti a Jakarta per stilare il piano “per la riconciliazione nazionale” che vogliamo consegnare alla giunta tramite il Consiglio di Sicurezza».
Dialogo con i militari quindi?
«In molti nella Lnd, compresa Aung San Suu Kyi, sono disponibili a una forma di compromesso, purché il dialogo sia costruttivo».
Quando ha parlato l’ultima volta con sua cugina?
«L’ultima in cui l’ho vista. Era il 20 luglio 1989. La mattina presto sono andato a casa sua a Rangoon, c’erano militari tutto intorno, sono entrato e abbiamo fatto solo in tempo ad abbracciarci prima che la portassero via».

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