Per anni è stata la terra promessa. Da Exor a Campari, da Ferrari a MediaForEurope, il gotha della finanza e dell'industria europea ha scelto i Paesi Bassi non solo per la flessibilità societaria, ma per un ecosistema fiscale benevolo. Oggi però il vento sta cambiando. Amsterdam, che ha visto i natali della Borsa europea, si prepara a varare una riforma che potrebbe trasformarla nel posto da evitare accuratamente per chiunque gestisca capitali. Da gennaio 2028 l'Olanda applicherà quella che si preannuncia come una delle più esose tassazioni del risparmio e dei risparmiatori anche i più piccoli: un'aliquota fissa del 36% sui rendimenti effettivi, tra le più alte che si conoscano. Ma c'è una doppia scure: il prelievo colpirà i guadagni realizzati da ogni investimento, ma anche quelli non ancora realizzati. In pratica, il fisco olandese tasserà la nuova ricchezza prodotta sulla carta: se un portafoglio azionario o di criptovalute si apprezza durante l'anno, allora il residente (questa legge non impatta sugli stranieri che investono in società olandesi) pagherà l'imposta del 36% sui guadagni realizzati e quelli virtuali.
La riforma, approvata a maggioranza qualche giorno fa dalla Camera dei rappresentanti insediata dopo le recenti elezioni che hanno visto la vittoria del partito liberal-socialista di Rob Jetten (in foto), nasce dalla necessità di migliorare una legge esistente. La Corte Suprema aveva infatti dichiarato incostituzionale il precedente sistema basato sui rendimenti presunti, definendolo «una patrimoniale occulta che colpiva redditi mai esistiti». Tuttavia, la soluzione adottata per non perdere un gettito stimato di 2,3 miliardi di euro l'anno, potrebbe essere una garrota peggiore. Anche perchè il 36% è oggettivamente una misura punitiva. Peraltro, tassare il «non incassato» potrebbe creare un grave problema di liquidità. L'investitore potrebbe essere costretto a svendere degli asset per pagare le tasse su un guadagno teorico che, magari il giorno successivo, potrebbe evaporare a causa della volatilità dei mercati.
In un simile scenario, l'Italia, pur con i suoi limiti, potrebbe mostrarsi come un luogo di stabilità relativa per gli investitori. Nel 2026, la tassazione sulle plusvalenze a Roma resterà ancorata al 26% (che scende al 12,5% per i titoli di Stato), ma soprattutto rimarrà fedele solo al principio del realizzo: in Italia si paga solo quando si incassa. E anche guardando al comparto delle criptovalute, dove è in vigore un prelievo del 33%,la differenza resta netta: Amsterdam preleverà il 36% ogni anno sui guadagni virtuali, Roma interverrà solo al momento della vendita.
Il
rischio di una fuga di capitali dai Paesi Bassi è concreto. Per chi investe il tempo è denaro, ma la liquidità è vita: dover pagare il 36% su ciò che non si è ancora incassato potrebbe chiudere i battenti olandesi per sempre.