Da avvocato vicino agli ambienti dell’estrema destra religiosa a ministro della Sicurezza nazionale nel governo di Benjamin Netanyahu, Itamar Ben-Gvir è diventato uno dei volti più controversi della politica israeliana contemporanea. Leader del partito Otzma Yehudit (“Potere Ebraico”), Ben-Gvir incarna la svolta ultranazionalista di una parte della destra israeliana: sostiene l’espansione delle colonie in Cisgiordania, una linea durissima contro i palestinesi e un rafforzamento dei poteri di polizia e sicurezza interna.
Negli ultimi anni le sue dichiarazioni e le sue iniziative — dalle visite alla Spianata delle Moschee alle campagne per liberalizzare il possesso di armi — hanno provocato tensioni diplomatiche, proteste interne e enormi critiche internazionali. Dentro Israele, però, il suo peso politico è cresciuto fino a renderlo indispensabile per la tenuta delle coalizioni guidate da Netanyahu.
Dall’attivismo radicale al governo Netanyahu
Nato nel 1976 a Mevaseret Zion, vicino Gerusalemme, fu durante l'Intifada che iniziò ad assumere posizioni intransigenti. Divenne attivo nel neonato partito Moledet (Patria), il cui programma si concentrava sul trasferimento dei palestinesi fuori da Israele, dalla Cisgiordania e dalla Striscia di Gaza. Si è poi formato politicamente nell’orbita del rabbino ultra-nazionalista Meir Kahane, fondatore del movimento Kach, dichiarato terroristico in Israele e negli Stati Uniti negli anni Novanta. Per anni è rimasto ai margini della politica israeliana, noto soprattutto per provocazioni pubbliche e slogan anti-arabi, oltre che per numerosi procedimenti giudiziari legati all’incitamento all’odio e al sostegno a organizzazioni estremiste.
Avvocato di professione, ha costruito la propria notorietà difendendo coloni ebrei radicali e attivisti dell’estrema destra religiosa. Nel 2021 è entrato stabilmente alla Knesset e, dopo le elezioni del 2022, è diventato ministro della Sicurezza nazionale nel governo Netanyahu. Il suo ministero controlla polizia, guardie di frontiera e amministrazione carceraria: un incarico chiave dal quale ha impresso una linea più aggressiva sul fronte dell’ordine pubblico e della sicurezza.
Le polemiche: armi, coloni e tensioni con i palestinesi
Ben-Gvir è diventato uno dei simboli della difesa dei coloni israeliani. Ha più volte sostenuto che gli interessi e la sicurezza degli israeliani debbano prevalere sui diritti dei palestinesi nei territori occupati, suscitando dure critiche da parte di organizzazioni internazionali e governi occidentali.
Da ministro ha promosso un forte allentamento delle restrizioni sul possesso privato di armi, sostenendo la necessità di armare maggiormente i civili israeliani dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023. Le nuove licenze per armi da fuoco sono aumentate sensibilmente durante il suo mandato, alimentando il dibattito interno sulla sicurezza e sulla militarizzazione della società israeliana.
Le sue visite alla Spianata delle Moschee/Monte del Tempio — luogo sacro sia per musulmani sia per ebrei — sono state considerate provocatorie da palestinesi e Paesi arabi, perché ritenute una sfida allo storico “status quo” religioso di Gerusalemme.
Le critiche internazionali e il ruolo nella guerra di Gaza
Dopo lo scoppio della guerra a Gaza seguita all’attacco di Hamas del 7 ottobre, Ben-Gvir ha assunto posizioni ancora più radicali, chiedendo misure più dure contro i detenuti palestinesi e opponendosi a tregue o accordi di cessate il fuoco. A gennaio 2025 lasciò temporaneamente il governo in polemica con una proposta di tregua, salvo poi rientrare pochi mesi dopo.
Lo scorso anno, diversi governi occidentali — tra cui Regno Unito, Canada, Australia e Norvegia — hanno annunciato sanzioni nei suoi confronti accusandolo di aver incoraggiato la
violenza dei coloni israeliani contro i palestinesi in Cisgiordania. Anche organismi internazionali e ONG per i diritti umani hanno criticato la gestione delle carceri e delle forze di sicurezza sotto la sua responsabilità.