Caracas vive ore di tensione estrema, segnate da notizie frammentarie, versioni contrapposte e un clima di forte incertezza. In questo scenario convulso, al centro dell’attenzione resta Nicolás Maduro, l’uomo che da oltre un decennio guida il Venezuela e che oggi incarna, più di chiunque altro, il destino politico del Paese. Nelle ultime ore la capitale venezuelana è stata colpita da bombardamenti mirati, mentre Donald Trump rivendica la sua cattura, ancora da confermare.
Nato a Caracas il 23 novembre 1962, Maduro arriva alla guida del Paese da una traiettoria atipica rispetto ai tradizionali percorsi del potere latinoamericano. Non è un militare, non proviene dalle élite economiche né dall’accademia. Prima della politica è un autista di autobus, un sindacalista cresciuto nelle pieghe della capitale, in quel mondo popolare che avrebbe poi rappresentato uno dei pilastri simbolici della rivoluzione bolivariana.
Il suo ingresso nella vita pubblica avviene negli anni Novanta, nel clima di radicalizzazione politica che precede l’ascesa di Hugo Chávez. Maduro si forma all’interno di quel movimento che fa della denuncia delle disuguaglianze sociali e dell’anti-imperialismo il proprio collante ideologico. Non emerge come leader carismatico, ma come organizzatore disciplinato, uomo di apparato, capace di muoversi con efficacia nei meccanismi interni del nascente chavismo.
Con la vittoria elettorale di Chávez nel 1998 e l’avvio della cosiddetta rivoluzione bolivariana, Maduro entra stabilmente nelle istituzioni. Viene eletto deputato all’Assemblea Nazionale e si afferma come figura affidabile all’interno del nuovo equilibrio di potere. Tra il 2005 e il 2006 ricopre anche il ruolo di presidente del Parlamento, consolidando la propria esperienza istituzionale. Quando Chávez conquista la presidenza, infatti, Maduro è tra coloro che lo seguono senza esitazioni. Entra nelle istituzioni, cresce gradualmente, fino a diventare una figura centrale del sistema politico.
La svolta arriva nel 2006, quando viene nominato ministro degli Esteri: un incarico che lo proietta sulla scena internazionale e ne consolida il profilo di fedelissimo. In quegli anni Maduro diventa uno dei principali interpreti della linea estera venezuelana, costruita in aperta contrapposizione agli Stati Uniti e orientata verso alleanze alternative, in particolare con Cuba, Russia e Cina. Rimarrà in quell’incarico per sei anni consecutivi, diventando uno dei ministri più longevi della storia venezuelana. In questa fase Maduro costruisce il proprio profilo internazionale: partecipa a vertici multilaterali e diventa uno degli interpreti più rigidi della linea anti-statunitense del governo venezuelano. Non è un diplomatico di formazione, ma un emissario politico, incaricato di difendere e diffondere l’impostazione ideologica del chavismo.
Nel 2012, con Chávez gravemente malato, Maduro viene scelto come vicepresidente e indicato pubblicamente come erede politico. Alla morte del leader, nel marzo 2013, è lui a raccoglierne il testimone. Maduro assume la guida ad interim del Paese e si candida alle elezioni presidenziali anticipate. La tornata elettorale che lo porta alla presidenza si svolge in un clima teso e polarizzato: la vittoria arriva per un margine ridottissimo e segna fin dall’inizio una presidenza fragile sul piano del consenso e della legittimazione. Parallelamente, Maduro assume anche la guida del partito di governo, consolidando il proprio ruolo di vertice dell’intero sistema chavista.
Il Venezuela che Maduro eredita è profondamente dipendente dal petrolio e già esposto a forti squilibri strutturali. Negli anni successivi, il crollo dei prezzi energetici, la contrazione della produzione e una gestione economica sempre più centralizzata innescano una crisi senza precedenti. Inflazione fuori controllo, svalutazione della moneta, scarsità di beni essenziali e collasso dei servizi pubblici diventano elementi strutturali della vita quotidiana. Milioni di venezuelani lasciano il Paese, trasformando la crisi interna in un fenomeno regionale.
Sul piano politico, la presidenza Maduro è segnata da un progressivo irrigidimento del sistema. Il confronto con l’opposizione si trasforma in uno scontro permanente, mentre le istituzioni vengono riorientate per garantire la sopravvivenza del potere esecutivo. Il Parlamento, conquistato dall’opposizione nel 2015, viene progressivamente svuotato di funzioni; nuove architetture istituzionali assumono un ruolo centrale nella gestione del potere. Le consultazioni elettorali successive, pur svolgendosi regolarmente, restano oggetto di forti contestazioni.
Parallelamente cresce l’isolamento internazionale. Le sanzioni e il confronto con potenze straniere irrigidiscono ulteriormente il quadro economico e politico. Maduro costruisce la propria narrazione intorno all’idea di un Paese assediato, sottoposto a una pressione costante e a tentativi di destabilizzazione. È una retorica che rafforza il legame con la base chavista più fedele, ma che amplia anche la frattura con una popolazione stremata dalla crisi.
Oggi, mentre Caracas è attraversata da bombardamenti, allarmi e voci di colpi di mano ai vertici dello Stato, la figura di Maduro appare più che mai come il nodo centrale della crisi venezuelana.
Che sia ancora saldamente al comando o al centro di un passaggio di potere traumatico, la sua parabola – dall’autobus al palazzo presidenziale di Miraflores – resta inseparabile dal destino di un Paese che vive ore decisive, sospeso tra propaganda, paura e attesa di una verità che fatica a emergere.