«Non avevo idea dei crimini commessi da Epstein. Se lo avessi saputo non sarei mai salito sul suo aereo, lo avrei denunciato io stesso. Ma non ho visto nulla e non ho fatto nulla di sbagliato». Bill Clinton si è difeso così davanti alla commissione di Vigilanza della Camera che indaga sul caso Epstein e che, su impulso dei Repubblicani, sta puntando ora su di lui e sulla moglie Hillary i riflettori di una vicenda che rischia di trascinare nel fango la legacy dell’ex coppia presidenziale. È la prima volta che un ex presidente è costretto a deporre davanti al Congresso. Per Clinton, che ha sostenuto di avere tagliato ogni legame con Epstein all’inizio degli anni 2000, prima che emergessero le prime accuse e condanne, si tratta quasi di una riproposizione del ruolo che fu costretto a subire oltre trent’anni fa all’epoca dello Scandalo Lewinski. «Siamo qui solo perché Epstein ha nascosto a tutti così bene e per così tanto tempo quello che faceva. Quando è venuto alla luce con la sua dichiarazione di colpevolezza del 2008, avevo smesso da tempo di frequentarlo», ha affermato Bill. Ma fino alla rottura dei rapporti col finanziere, le cronache - e ora i file - ci consegnano la storia di una frequentazione fatta di voli sul «Lolita Express», il famigerato jet di Epstein, di foto con vip vari e giovani ragazze, di finanziamenti alla Clinton Foundation.
Più ancora che su altre figure del potere politico, finanziario e accademico dei Dem, è sui Clinton che si è concentrata l’attenzione della commissione. Non solo per allontanare ogni sospetto dalla Casa Bianca, ma anche per segnare dei punti politici importanti in vista delle elezioni di midterm. Al netto del fatto che proprio i Democratici, insieme al ribelle repubblicano Thomas Massie, hanno insistito per rendere pubblici gli Epstein Files, che invece Donald Trump avrebbe preferito consegnare definitivamente al passato. «I miei amici verranno danneggiati», pare abbia detto il presidente all’altra ribelle Marjorie Taylor Green, co-sponsor della legge che ha obbligato l’Amministrazione a rendere pubblici i documenti presenti negli archivi Fbi.
Tra gli «amici» potrebbe esserci proprio Clinton, che in passato ha avuto una lunga frequentazione con Trump. Non sembra un caso, infatti che Clinton non ha attaccato il tycoon, al contrario di quanto fatto dalla moglie. Hillary aveva accusato la commissione di non volere indagare sul presidente, il cui nome comparirebbe in alcuni file secretati, con accuse di stupro mosse da una donna all’epoca minorenne.
Anche durante l’interrogatorio, rispondendo alla domanda di un commissario dem che gli chiedeva se la commissione debba ascoltare Trump, Clinton ha risposto: «Lo dovete decidere voi. Non mi ha mai detto nulla che mi facesse pensare che sia coinvolto». E il tycoon ha commentato: «Non mi piace che Bill Clinton sia interrogato». Gesti di riguardo reciproci che lascerebbero intendere la volontà di riporre rapidamente l’ascia di guerra. Bill si è però speso per difendere la moglie e contestare la sua chiamata in causa da parte dei Repubblicani.
«Non aveva nulla a che fare con Jeffrey Epstein. Niente. Non ricorda nemmeno di averlo incontrato». Dopo l’onta dell’interrogatorio del loro ex presidente e della loro ex candidata, i Democratici alzano il tiro, chiedendo che sia chiamato a deporre l’attuale segretario al Commercio Howard Lutnick, che ha prima negato e poi è stato costretto ad ammettere i suoi passati legami col finanziere pedofilo.