Le "drag queen" della California ignorano l'omofobia di Hamas

Corto circuito. "Se sei una drag queen e tu lo sai, e vuoi davvero mostrarlo, canta Palestina libera"

Le "drag queen" della California ignorano l'omofobia di Hamas
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Corto circuito. «Se sei una drag queen e tu lo sai, e vuoi davvero mostrarlo, canta Palestina libera». Così gli animatori del Valley Families for Palestine di fronte a un pubblico di bambini durante un evento ad Amherest (Ma), il Queer Storytime for Palestine. Sostengono «la causa lgbtqia+, le lotte delle popolazioni indigene, la giustizia climatica, l'immigrazione e la giustizia sociale». Ma non i palestinesi omosessuali e trans o le drag queen, che nei territori di cui parlano rischiano il carcere e, alcuni, la morte. Persino un comandante di Hamas, Mahmoud Ishtiwi, non è riuscito a salvarsi e nel 2016 è stato torturato per 1.200 ore perché accusato di essere gay. La Palestina è al 192esimo posto dell'Equal Index, con un punteggio di 6 su 100 (dove 100 è piena parità di diritti, 0 totale assenza di diritti). Ma gli amici queer del Valley Families for Palestine non lo sanno, troppo impegnati a organizzare lezioni di geopolitica queer. Non sanno neanche che Israele, a cui non vorrebbero più dare un dollaro, è al 43esimo posto, con un punteggio di 64 su 100. Forse, allora, intendevano Palestina libera dalla democrazia e dalla libertà? Intanto i palestinesi della comunità lgbtqia+ fuggono a Tel Aviv da decenni e negli Stati Uniti si organizzano liberamente sit-in e party arcobaleno impossibili da immaginare in Medio Oriente, se non in Israele appunto.

Secondo il Williams Institute dell'Università della California le drag queen dell'evento americano vivrebbero meglio in Congo, in Yemen e persino in Arabia Saudita piuttosto che in Palestina. Ma nella loro testa sono convinte che vivrebbero meglio nei territori di Hamas e dai loro alleati, l'Iran e l'Afghanistan, piuttosto che in Massachusetts, dove possono realizzare, senza troppi problemi, i loro show.

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