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Economia appesa al greggio. In Europa a rischio la ripresa. Incubo Golfo, Cina al sicuro

Ecco vincitori e vinti. Le Borse bruciano 1.100 miliardi in due settimane, il nodo inflazione

Economia appesa al greggio. In Europa a rischio la ripresa. Incubo Golfo, Cina al sicuro
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Chi sono i vincitori e i vinti economici della guerra con l'Iran? È partita da questa domanda una lunga analisi pubblicata dal Wall Street Journal che arriva a due principali conclusioni: l'onda d'urto economica della guerra in Iran non lascia indenne nessuna parte del mondo e le guerre moderne non cambiano solo gli equilibri geopolitici ma ridisegnano anche i flussi di denaro globali. Gli economisti si confrontano con due scenari divergenti. Nel primo, il conflitto in Medio Oriente si conclude rapidamente, consentendo ai prezzi del petrolio (ieri il Wti viaggiava in rialzo dell'1,8% a 97,37 dollari e il brent dell'1,7% a 102,19 dollari), e del gas naturale (-1,12% a 50,32 euro al MWh) di normalizzarsi entro l'estate e lasciando crescita e inflazione sostanzialmente indenni. Nel secondo caso, le interruzioni prolungate dei consumi energetici si riflettono sui costi quotidiani. Lo scenario pessimistico di Goldman Sachs prevede che il petrolio torni a 100 dollari al barile e rimanga a questi livelli, cancellando circa mezzo punto percentuale dalla crescita globale e aumentando l'inflazione di quasi un punto percentuale nel corso del 2027.

Ma quali Paesi potrebbero essere colpiti più duramente? E chi ne trarrà, invece, beneficio? Il boom del fracking ha trasformato gli Stati Uniti in un esportatore netto di energia, riducendo la vulnerabilità agli choc petroliferi.

Tuttavia, il prezzo della benzina è salito del 20 per cento dall'inizio del conflitto, riducendo la spesa delle famiglie e mettendo sotto pressione compagnie aeree, crociere e industria, mentre favorisce i produttori energetici. Se il Brent raggiungesse in media gli 80 dollari al barile, stima Oxford Economics, l'inflazione negli Usa salirebbe di circa 0,2 punti e la crescita calerebbe di circa 0,1 punti. In Medio Oriente la paralisi dello Stretto di Hormuz ha ridotto le esportazioni di petrolio e costretto alcuni Paesi del Golfo a tagliare la produzione. Capital Economics stima che una guerra breve potrebbe ridurre le economie del Golfo fino al 2 per cento, mentre un conflitto prolungato potrebbe causare un calo fino al 15, colpendo soprattutto Kuwait e Qatar. Anche turismo e investimenti rischiano di soffrire: Tourism Economics prevede un calo dei visitatori internazionali fino al 27 per cento, con perdite fino a 56 miliardi di dollari.

L'Europa affronta un nuovo choc energetico che potrebbe rallentare la fragile ripresa economica. L'Unione Europea importa circa il 58 per cento dell'energia che consuma ed è quindi esposta all'aumento dei prezzi globali, nonostante acquisti relativamente poco petrolio dal Medio Oriente. La riduzione dell'offerta dal Golfo ha fatto salire i prezzi del gas europeo di oltre il 50 per cento in un mese. Oxford Economics stima che l'impatto sull'inflazione dell'eurozona potrebbe

essere tre volte superiore rispetto agli Stati Uniti. L'Italia è tra i paesi più colpiti, anche per la forte dipendenza dal Gnl del Qatar. Tuttavia, gli economisti non prevedono una crisi paragonabile a quella seguita all'invasione russa dell'Ucraina nel 2022: oggi il gas in Europa costa circa 50 euro per megawatt/ora, contro oltre 300 euro nel picco della crisi. Intanto, in due settimane di guerra le Borse europee hanno perso oltre 1.100 miliardi di euro di capitalizzazione.

In Asia la Cina è relativamente protetta: pur essendo il principale importatore di petrolio, dispone di grandi riserve strategiche e ha investito molto in rinnovabili, veicoli elettrici e carbone domestico. Giappone e Corea del Sud dipendono di più dal petrolio mediorientale ma hanno scorte consistenti, mentre paesi come Pakistan e Taiwan sono più esposti a possibili carenze di Gnl.

La crisi ha anche rilanciato la domanda di petrolio russo, offrendo a Mosca un temporaneo sollievo economico

nonostante le sanzioni. L'aumento dei prezzi energetici potrebbe inoltre favorire paesi produttori come Canada, Brasile e Venezuela, con un modesto aumento dell'inflazione dovuto ai maggiori costi di carburanti e trasporti.

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