Migliaia di tonnellate di cocaina negli Usa, 250 all'anno dal 2020. Milioni di dollari in mazzette dai cartelli della droga in cambio di passaporti diplomatici, aerei e container via nave che hanno contrabbandato dal Venezuela la polvere bianca della Colombia negli Stati Uniti e pure in Europa. Tutto nelle 25 pagine dell'atto di accusa al presidente deposto, Nicolás Maduro. E fra le righe emerge un super testimone, ex capo dell'intelligence militare venezuelana, Armando Carvajal Barrios. Il documento di una corte federale di New York porta la data del 3 gennaio e accusa anche Diosdado Cabello, attuale ministro dell'Interno del Venezuela, la moglie di Maduro catturata con lui, Cilia Adela Flores, il figlio, Nicolas Ernesto, soprannominato «il principe» e Ramon Rodriguez Cachin, un ex membro del governo.
«Per oltre 25 anni, i leader venezuelani hanno abusato della loro posizione e corrotto le istituzioni, un tempo legittime, per importare tonnellate di cocaina negli Stati Uniti» si legge nelle prime pagine. Il Dipartimento di Stato ha stimato «che tra le 200 e le 250 tonnellate di cocaina venissero trafficate attraverso il Venezuela ogni anno».
Gli inquisiti che hanno sempre smentito tutto, vengono accusati di avere collaborato con la Farc (Forza armata rivoluzionaria), la guerriglia più famosa della Colombia «uno dei maggiori produttori di cocaina al mondo». Anche l'Eln (Esercito di liberazione nazionale), «che opera come gruppo terroristico colombiano dal 1965» era in combutta con il regime venezuelano. Maduro e gli altri avevano rapporti stretti pure con il Cartello di Sinaloa dell'omonimo stato messicano, che contrabbanda droga armi ed esseri umani negli Usa oltre a Los Zetas, una dei più feroci gruppi del crimine al mondo e la Tda (Tren de Aragua) «un'organizzazione criminale transnazionale violenta nata come banda carceraria in Venezuela».
Dieci pagine dell'atto d'accusa sono dedicate a episodi specifici. A cominciare da Maduro che tra il 2006 e 2008 ricopriva la carica di ministro degli Esteri e «ha venduto passaporti diplomatici a narcotrafficanti che trasferivano i proventi della droga dal Messico al Venezuela». La moglie di Maduro «accettò centinaia di migliaia di dollari in tangenti per mediare un incontro tra un narcotrafficante su larga scala e il direttore dell'Ufficio Nazionale Antidroga del Venezuela, Néstor Reverol Torres» si legge nelle carte. Tra il 2004 e il 2015, la coppia, ha riammesso nel traffico la cocaina «che era stata precedentemente sequestrata dalle forze dell'ordine venezuelane». E utilizzavano, secondo l'accusa, i colectivos, bande armate del regime. Uno di casi più eclatanti, che avrebbe coinvolto l'attuale ministro dell'Interno, risale al 2006 quando «funzionari venezuelani spedirono oltre 5,5 tonnellate di cocaina in Messico a bordo di un jet DC-9» dall'hangar presidenziale dell'aeroporto di Simón Bolívar di Maiquetía, dove la droga era stata caricata dalla Guardia nazionale.
Nel 2008 Rodriguez Chacin «gestiva una vasta tenuta nello Stato di Barinas, in Venezuela, che ospitava un grande accampamento e centro di addestramento delle Farc». L'ex ministro «durante questo periodo ha accettato decine di migliaia di dollari in tangenti per proteggere un trafficante di droga su larga scala dall'arresto e dall'estradizione». La banda Zetas messicana spediva la droga colombiana «cinque, sei tonnellate di cocaina alla volta su navi portacontainer dai porti venezuelani a quelli messicani e infine agli Stati Uniti». La copertura era offerta da «funzionari militari venezuelani definiti i generali».
Nel 2013, quando Maduro arrivò alla presidenza, «funzionari venezuelani spedirono circa 1,3 tonnellate di cocaina su un volo commerciale dall'aeroporto di Maiquetia al Charles
de Gaulle di Parigi». I francesi intercettarono il carico e il regime «fece arrestare alcuni ufficiali militari venezuelani» per insabbiare «la partecipazione di Maduro, Cabello Rondon e Carvajal Barrios nella spedizione».