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L'ultimo ricordo di mio papà. Mi disse: diventerai qualcuno

Feltri perse il padre quando aveva solo 6 anni: "Da quel giorno, il 19 marzo rappresenta solo dolore e malinconia"

L'ultimo ricordo di mio papà. Mi disse: diventerai qualcuno
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Ovviamente perfino io ho avuto un padre. Si chiamava Angelo e quando morì aveva 43 anni e io solamente sei, eppure non mi sono scordato di lui.

Ho la casa piena di fotografie ingiallite e ogni volta, spesso, le guardo e provo un vuoto allo stomaco, sento l'esigenza di inghiottire la saliva. Papà era un uomo apparentemente burbero, in realtà era dolce sia con noi ragazzi sia con mia madre. La nostra era una famiglia tipicamente borghese. Era di rigore studiare, comportarsi bene a tavola e andare a letto presto la sera. Raramente c'era qualcosa da festeggiare. Il clima nel nostro appartamento abbastanza di lusso era piuttosto tetro e quando andava in onda il giornale radio era obbligatorio il massimo silenzio.

La domenica, dopo la regolamentare messa, nella buona stagione il babbo radunava i figli, due maschi e una femmina e per noi era una festa perché ci conduceva a spasso sulle mura di Bergamo. A coronamento della gita immancabilmente nostro padre ci offriva un gelatino.

A tavola era vietato parlare masticando, in caso contrario volava uno schiaffone.

Diciamo che il clima nella mia famiglia non era festoso e la disciplina era di rigore.

Tutto questo durò poco tempo perché al mio babbo venne la cattiva idea di ammalarsi a soli 43 anni. Una malattia all'epoca inguaribile, si trattava del morbo di Addison che la medicina dell'epoca non era in grado di sconfiggere. Così che papà fu costretto a farsi ricoverare all'ospedale. Il tipico ottimismo dei bambini ci faceva sperare che la guarigione sarebbe arrivata presto. Invece di papà arrivò una bara.

Lascio immaginare che bel clima si sviluppò da allora nella mia famiglia.

Quando iniziarono le scuole a settembre fui costretto in classe a dire che ero rimasto orfano. La qualcosa chissà perché mi riempiva di imbarazzo. Da allora sono quasi sempre stato il più bravo della classe, non per darmi delle arie, ma per non far piangere mia madre. Essendo io il più piccolo della famiglia venivo preso in giro dai miei fratelli maggiori e ho cominciato a odiarli. Cosa che in parte avviene anche oggi nonostante abbia superato 80 anni.

Un ricordo che ancora mi spezza il cuore: un pomeriggio mia madre mi condusse all'ospedale dove giaceva il mio genitore sofferente, si spalancò la porta e mi lasciarono solo con lui che giaceva ovviamente in un letto. Egli senza fare una piega mi osservò da capo a piedi, mi disse una sola parola: "Diventerai qualcuno". Poi chiuse gli occhi e forse era l'ultima volta. Uscii dalla stanza camminando in punta di piedi. Il corridoio era abbastanza affollato e non riuscivo più a ritrovare mia mamma che mi aveva accompagnato lì. Percorsi il corridoio in lungo e in largo senza trovare uno sguardo amico. Non trovavo più neanche la mamma. A un certo punto dietro una porta vidi una sagoma umana, la sua schiena sobbalzava, erano singhiozzi. Quelli di mia mamma. Un paio d'ore più tardi il babbo era già morto. Questo è l'ultimo ricordo che ho di lui.

Non sono diventato qualcuno ma sono uno che ancora soffre se pensa di essere rimasto senza un papà che mi prendesse per mano.

Giovedì è stata la festa di tutti i genitori e di tutti i figli. A me è riservato solo il dolore.

Va da sé che non gioisco ma debba combattere contro la malinconia.

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