L'accusa su prove e testimoni non potrà portarlo in carcere

Ma ora lo Zar come Milosevic diventa un "paria" mondiale

L'accusa su prove e testimoni non potrà portarlo in carcere

ll Cremlino parla di atto senza valore, Kiev al contrario esulta e definisce la clamorosa iniziativa della Corte Penale Internazionale «soltanto l'inizio» di un processo di caratterizzazione dell'attuale regime russo come criminale. Anche se nella specifica vicenda della deportazione in Russia di bambini e minori ucraini è facile vedere dove stia la ragione e dove il torto, forse hanno ragione entrambi. Perché è un fatto che, non riconoscendo la Russia (come peraltro gli Stati Uniti e la Cina) la giurisdizione della Corte dell'Aja, Vladimir Putin e la sua complice «tutrice dei diritti dei bambini russi» non potranno essere arrestati e processati. Ma è altrettanto vero che l'atto formale con cui Putin viene accusato di un crimine di guerra produrrà comunque effetti concreti. Il principale dei quali sarà almeno nei 123 Paesi che riconoscono la Corte la trasformazione di Putin in un paria internazionale, accomunato com'è adesso a uno Slobodan Milosevic (il presidente serbo che ordinò la brutale pulizia etnica nella ex Jugoslavia e fu condannato all'ergastolo che scontò in Olanda dove morì in cella) o a un Omar el-Bashir, il sanguinario leader sudanese che la Corte vuol processare per crimini contro il suo stesso popolo. In particolare, anche in un dopoguerra che prima o poi arriverà pure per l'Ucraina, Putin avrà enormi difficoltà a esser più accettato non solo in Occidente dove comunque non metterà più piede - come interlocutore politico. Il mandato emesso dalla Corte che si occupa di crimini di guerra, insomma, rende più complicata la permanenza al potere di Putin e rafforza quanti in Russia già oggi anche ai livelli più alti del potere a Mosca valutano in segreto l'ipotesi di esautorarlo. Atto formale, si diceva, quello della Corte. Ma l'attuale impossibilità di tradurre Putin davanti a un tribunale non va confusa con la pretesa che ci si trovi davanti a una mossa politica degli avversari internazionali del regime russo per screditarlo con pretesti legali. Perché il fatto che nella Russia di oggi non esista una giustizia in grado di identificare come crimine di guerra il rapimento di oltre sedicimila minori ucraini (di cui duemila solo dal 1° gennaio scorso) per trasformarli in bravi cittadini russi che magari un giorno dovranno imbracciare il fucile contro i loro parenti, non significa che quel crimine non sia tale. E il fatto che gli Stati Uniti e altri Paesi occidentali abbiano fatto propria la ripetuta denuncia del governo di Kiev al mondo intero, mentre la Cina di Xi la ignora, nulla toglie alla sua realtà oggettiva. Appena due giorni fa una commissione d'inchiesta dell'Onu aveva riconosciuto una lunga lista di crimini di guerra commessi dai russi in Ucraina, e tra questi la deportazione di bambini in Russia. È stato questo il primo risultato (il secondo è il mandato di arresto contro Putin) delle continue denunce ucraine di trasferimenti forzati di minorenni soli, della loro ricollocazione presso istituti e famiglie russe distanti migliaia di chilometri dal loro Paese, del cambio di cittadinanza loro imposto. Del resto l'intento di Putin di russificare i bambini ucraini rapiti nei territori occupati è evidente da tempo ed è coerente con la sua assurda pretesa che un popolo ucraino distinto da quello russo semplicemente non esista: già il 30 maggio 2022 aveva firmato un decreto per accelerare le adozioni di questi bambini.

E il 24 febbraio scorso, durante i festeggiamenti a Mosca per il primo anniversario della «operazione militare», Putin si era fatto raggiungere sul palco da un gruppo di bambini di Mariupol che lo avevano «ringraziato per averli salvati». Un gesto odioso che puzza (questo sì) di nazismo e di cui ora la Corte intende chiedergli conto insieme con la sinistra «pulitrice etnica» Maria Lvova-Belova.

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