Donald Trump è pronto ad una nuova escalation contro l’Iran: il presidente Usa minaccia di espandere i bersagli degli attacchi americani, e annuncia che la Repubblica islamica in queste ore sarà colpita «molto duramente». «A causa del cattivo comportamento dell’Iran, aree e gruppi di persone che fino a questo momento non erano stati presi in considerazione come obiettivi, sono seriamente destinati alla distruzionemcompleta e alla morte cer-
ta», tuona dopo che il leader di Teheran Masoud Pezeshkian ha dichiarato che il suo paese non si arrenderà mai a Israele e Stati Uniti. Il tycoon sottolinea di non aver deciso quanto durerà la guerra, limitandosi a dire: whatever it takes, ossia tutto il necessario. «L’Iran
non è più il bullo del Medio Oriente, ma il perdente del Medio Oriente e lo sarà per molti decenni fino a quando non si arrenderà o, più
probabilmente, crollerà completamente», incalza Trump, dicendo che il regime «è stato dannatamente massacrato, si è scusato e si è arreso ai suoi vicini mediorientali, promettendo che non gli sparerà più. Questa
promessa è stata fatta solo a causa dell’incessante attacco di Usa e Israele». Ieri l’inquilino della Casa Bianca si
è recato alla Dover Air Force Base, in Delaware, per ricevere con la first lady Melania, il vice JD Vance, la second lady Usha, e divers membri dell’amministrazio ne le salme dei militari americani uccisi in Kuwait e in contrare le famiglie. Finora
sono sei i soldati morti da quando sono iniziati gli attacchi una settimana fa:
per The Donald «sono degli eroi», e assicura che «cercheremo di ridurre» le perdite ai minimi. Per centrare l'obiettivo della «completa distruzione» del nemico, Trump inizia a pensare seriamente anche all'ipotesi di schierare un ristretto numero di truppe sul terreno: al momento ne avrebbe parlato solo a un ristretto gruppo di collaboratori, in privato, spiegando - stando a indiscrezioni di Nbc - che non si tratterebbe di un'invasione terrestre su larga scala, ma di piccoli contingenti per operazioni mirate. A chi gli chiede della possibilità di schierare «boots on the ground», lui dice: «Non rispondo. Potrebbe essere?
Forse, ma devono esserci ottime ragioni». E comunque, avverte che la mappa della Repubblica islamica «probabilmente» sarà diversa alla fine del conflitto, ma il «mondo sarà più sicuro».
«Sono stati fatti enormi progressi, come probabilmente avrete visto - prosegue - Ho ricostruito l’esercito e l'ho reso davvero forte durante la mia prima amministrazione, insieme a molte altre cose. Ora lo stiamo usando».
Mentre sul bombardamento alla scuola, sostiene che «sulla base di quello che ho visto è stato fatto dall’Iran», che è molto «inaccurata» con le sue munizioni. Intanto, un rapporto classificato del National Intelligence Council rileva che anche un attacco su larga scala da parte di Washington difficilmente riuscirebbe a spodestare il radicato establishment militare e religioso della Repubblica islamica. A rivelarlo è il Washington Post, secondo cui il rapporto, completato circa una settimana prima dell’inizio dell’operazione militare, delinea scenari di successione derivanti da una campagna mirata contro i leader iraniani o da un attacco più ampio contro la sua leadership.