Gentile Direttore Feltri, da giorni penso alla tragedia dei sub italiani morti nelle acque delle Maldive e non riesco a liberarmi da un’immagine che mi perseguita. Quella di una madre che, dopo avere condiviso con la figlia la passione per il mare e le immersioni, si rende conto improvvisamente che proprio quella scelta le costerà la vita. Mi domando che cosa si provi in quei momenti laggiù, nel buio di una grotta sommersa, quando capisci che l’uscita non si trova più, che l’ossigeno sta finendo e che non ci sarà salvezza. Mi domando anche se oggi non stiamo perdendo il senso del limite, l’idea che la natura non sia un parco giochi ma una forza immensa che può uccidere. Lei che idea si è fatto di questa tragedia?
Paola Minerva
Cara Paola, questa vicenda mi ha colpito profondamente perché contiene uno degli aspetti più atroci che un essere umano possa immaginare: la consapevolezza della morte che arriva lentamente. Non un colpo improvviso, non un incidente istantaneo, ma minuti interminabili trascorsi nel buio, nel disorientamento, nel terrore crescente. Le ricostruzioni parlano di una grotta subacquea complessa, di un cunicolo secondario imboccato probabilmente per errore, di sedimenti sollevati dal fondo che avrebbero reso impossibile orientarsi.
E chi conosce le immersioni in grotta sa che basta pochissimo per trasformare un’esplorazione in una trappola mortale. Quando la sabbia si alza dal fondale e l’acqua diventa opaca, non si vede più nulla. Non si distingue l’uscita dalla parete rocciosa. Sopra, sotto, destra e sinistra cessano di avere significato. Rimane soltanto il nero. Ed è lì che il cervello umano entra nel panico. Il respiro accelera, il consumo d’aria aumenta, la lucidità si sgretola. Ogni secondo diventa prezioso. Ogni movimento può peggiorare la situazione. Immagino questi sub cercare disperatamente il passaggio giusto, toccare le pareti, tentare di tornare indietro mentre l’ossigeno cala e la paura cresce.
Tu citi la madre. E io continuo a pensare proprio a questo: al peso insopportabile di capire che tua figlia morirà accanto a te e che, in qualche modo, è accaduto anche perché tu l’hai portata lì, hai condiviso con lei quella passione, quella sfida. Non esiste dolore più devastante del sentirsi impotenti davanti alla morte di un figlio. Ma dev’esserci qualcosa di ancora più atroce: vivere gli ultimi istanti sapendo che quella morte si consumerà insieme alla tua, nello stesso inferno liquido, senza possibilità di salvarla.
Bisogna poi avere il coraggio di dire una cosa impopolare: la natura non perdona la superficialità. Oggi l’uomo moderno si illude di poter dominare tutto, sfidare tutto, piegare ogni limite alla propria volontà. Ma il mare, la montagna, le grotte, il ghiaccio, gli abissi restano luoghi dove basta un errore minimo per morire. E pare che quei sub non avessero neppure attrezzature adeguate per un’immersione tanto complessa. I soccorritori finlandesi che hanno recuperato i corpi - ai quali va un enorme riconoscimento umano e professionale - sarebbero rimasti stupiti dalla semplicità dell’equipaggiamento utilizzato. Questo non significa colpevolizzare chi è morto. Significa però ricordare che esistono attività in cui l’improvvisazione, l’eccesso di sicurezza o la sottovalutazione del rischio si pagano con la vita.
Viviamo in un’epoca che ha smarrito il senso del limite. Crediamo che tutto sia esperienza, adrenalina, conquista. Ma esistono luoghi nei quali l’uomo resta fragile come un bambino sperduto nel buio.
Quelle persone, laggiù, negli ultimi minuti della loro vita, lo hanno scoperto nel modo più terribile possibile.E forse questa tragedia dovrebbe insegnarci proprio questo: il coraggio è una virtù, la sfida può essere nobile, ma il rispetto per la natura e per i propri limiti non è vigliaccheria. È saggezza.