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L'ira di Mosca e degli amici di Maduro, adesso si teme per l'Iran

Dalla Cina alla Russia: le reazioni all'attacco di Trump al Venezuela

L'ira di Mosca e degli amici di Maduro, adesso si teme per l'Iran
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Il blitz con cui gli Stati Uniti hanno catturato il leader venezuelano Nicolas Maduro e con cui il presidente Donald Trump, senza troppi giri di parole, ha evocato un netto cambio di regime in Venezuela, definisce il tassello di uno scenario più ampio - da Taiwan all'Iran- che adesso, ora dopo ora, prende forma nelle reazioni degli alleati di Caracas e nei messaggi che lo stesso presidente Usa continua a mandare nella loro direzione. Arriva subito, ed è pressoché scontata, la reazione di Cuba che si schiera con Maduro e addita "l'attacco criminale" di Washington. E, senza probabilmente troppa sorpresa, la prima condanna netta è quella di Mosca, per "un'aggressione armata degli Usa che viola il diritto internazionale" e per la cattura di Maduro "inaccettabile per la sovranità di uno Stato indipendente". Segue un appello al dialogo, ma va di pari passo con la richiesta di una riunione di emergenza del consiglio di Sicurezza Onu e, nelle parole del ministro degli Esteri Serghei Lavrov, la promessa di rafforzare il partenariato con Caracas e di continuare "a sostenere la politica del governo bolivariano". Però appena circola la notizia che la vicepresidente venezuelana, Delcy Rodríguez, potrebbe trovarsi in Russia, Mosca si affretta a smentire. In sostanza: il giudizio è severo ma la posizione è cauta. Come a voler valutare gli sviluppi e la conseguente postura da tenere in attesa di capire cosa questo blitz davvero produce.

Emblematico in questo senso è anche l'iniziale silenzio di Pechino - tra l'altro uno dei principali importatori del greggio di Caracas - che per ore non reagisce, salvo poi esortare gli Stati Uniti "a rispettare il diritto internazionale, gli scopi e i principi della Carta delle Nazioni Unite, e a cessare di violare la sovranità e la sicurezza di altri Paesi" che però sembra un 'wording' di rito. Mentre Trump in un'intervista alla Fox sottolinea i buoni rapporti con Xi e afferma che la Cina non avrà problemi con l'operazione in Venezuela, rassicurando: "Otterranno il petrolio". Mentre non può non pensare al dossier Taiwan, anche all'indomani di nuove tensioni e dimostrazioni di forza con le recenti esercitazioni militari della Cina intorno all'isola del 29 e 30 dicembre che hanno assunto nuove e significative dimensioni sia concrete sia simboliche.

Dal Brasile all'Argentina poi, i toni nell'America Latina sono diversi: per il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva l'azione Usa è una "gravissima offesa" alla sovranità del Paese e un "precedente estremamente pericoloso" per l'intera comunità internazionale, mentre il presidente argentino Javier Milei, notoriamente fan di Trump, esulta: "Viva la Libertà". La Colombia intanto schiera l'esercito alla frontiera e Trump risponde: il presidente Gustavo Petro, altro dichiarato obiettivo Usa nella guerra al narcotraffico, dovrebbe "guardarsi il didietro". "Nessuna nazione è in grado di fare ciò che abbiamo fatto noi", dice Trump in conferenza stampa a Mar-a-Lago e il monito è chiarissimo, soprattutto se - cartina geografica alla mano - lo sguardo corre all'Iran, che Trump ha già avvertito a più riprese, anche alla vigilia dell'operazione in Venezuela, affermando che gli Stati Uniti sono "pronti a intervenire e pronti a partire" dopo i morti registrati nella ultima ondata di proteste. "Se l'Iran sparerà e ucciderà i manifestanti pacifici, come è sua abitudine - ha scritto su Truth nei giorni scorsi - gli Stati Uniti d'America andranno in lo ro soccorso".

Il capo del Pentagono Pete Hegseth è stato anche più esplicito: con l'operazione in Venezuela "i nostri avversari sono allertati", ha detto accanto a Trump a Mar-a-Lago, "Nicolas Maduro ha avuto la sua chance, così come l'Iran, finché non l'ha avuta più".

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