Di notte squarciano il silenzio, urlano dalle finestre e dai tetti: «Morte al dittatore» e «Giù Khamenei». Di giorno rompono con la tradizione e trasformano le cerimonie funebri dei propri cari in feste con balli e canti. È il messaggio politico di resistenza degli iraniani alla dittatura. Un messaggio sempre più potente ora che per molte vittime della repressione, massacrate mentre manifestavano contro il regime, sono trascorsi 40 giorni dalla macelleria di inizio gennaio, quaranta giorni che per la tradizione sciita iraniana rappresentano il momento più significativo delle commemorazioni dei defunti. Non solo preghiere, dunque, per Mohammad-Hossein Alikhani, 25 anni, ucciso l'8 gennaio dalle forze di sicurezza del regime, ma anche lacrime, musica e danza. Vassoi nuziali, invece, come nelle cerimonie di matrimonio persiane, per Erfan Bozorgi, l'atleta di 22 anni, campione di braccio di ferro, morto in ospedale il 2 gennaio dopo essere stato colpito dal fuoco del regime.
Gli iraniani continuano a manifestare come possono, consapevoli che potrebbe essere la volta buona per la spallata al regime. E se anche non lo fosse, la rabbia e la voglia di combattere hanno ormai oltrepassato da tempo la paura di essere uccisi, se vivere vuol dire resistere in una prigione a cielo aperto dove il clero sciita e le sue «Guardie» si arricchiscono alle spalle dei cittadini. Le piazze del mondo sabato si sono riempite per mostrare al popolo iraniano che non è solo di fronte alla teocrazia: 350mila a Los Angeles e Toronto, 250mila a Monaco. In tutto oltre 1 milione di persone da Melbourne a Londra, da Parigi a Tokyo hanno invocato la fine della dittatura, in attesa di capire se arriverà, e in quale forma, l'aiuto promesso da Donald Trump, a cui il figlio del deposto Scià, Reza Pahlavi, chiede «un intervento umanitario».
Alla vigilia del secondo round di colloqui Usa-Iran, previsto per domani a Ginevra, il segretario di Stato americano Marco Rubio ridabisce che il presidente americano «predilige la diplomazia», ma è consapevole che «nessuno è mai riuscito a concludere un accordo di successo con l'Iran», e che la trattativa è «complicata» perché si ha «a che fare con religiosi sciiti radicali che prendono decisioni sulla base di pura teologia». Non è un caso che dall'Afghanistan i talebani annuncino di essere pronti a sostenere l'Iran in caso di attacco americano. E questo nonostante l'Iran lanci qualche segnale di apertura sui negoziati, dicendosi «pronto a compromessi per raggiungere un accordo sul nucleare, se gli Stati Uniti saranno disposti a discutere la revoca delle sanzioni». Per molti iraniani e per il primo ministro israeliano si tratta di un bluff con cui Teheran cerca di prendere tempo e allontanare il rischio di un attacco. Benjamin Netanyahu ribadisce le condizioni per un accordo: la rimozione dell'uranio arricchito ( non solo il blocco all'arricchimento), poi lo smantellamento delle infrastrutture nucleari, un limite di 300 km alla gittata dei missili balistici e la fine dell'aiuto ai gruppi terroristi. Secondo fonti della Cbs, Trump sarebbe pronto a sostenere attacchi israeliani all'Iran se i negoziati fallissero e lo avrebbe detto a Netanyahu nell'incontro di fine dicembre a Mar-a-Lago, in Florida.
In Iran, intanto, sempre più studenti allungano la lista degli oltre 53mila arrestati dall'inizio delle proteste il 28 dicembre.
Fra gli ultimi condannati a morte c'è Mohammadamin Biglari, 19 anni. Potrebbe allungare la lista delle 36mila vittime e più uccise nella repressione. Tra i 7mila morti verificati con nomi e prove dall'ong Hrana ci sono almeno 224 minori.