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E Khamenei resta nell’ombra

Pasdaran al potere: ecco chi sono i "generali" che governano l'Iran

Dopo la morte di Ali Khamenei e il ferimento del successore, il regime cambia pelle: il vero baricentro di Teheran si sposta verso una cabina di regia militare sempre più dura e opaca

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Dopo l’uccisione di Ali Khamenei e il ferimento del successore Mojtaba, l’Iran è entrato in una fase inedita: una leadership formalmente ancora centrata sulla Guida Suprema, ma di fatto esercitata da un ristretto gruppo di comandanti militari.

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Secondo quanto emerge, il nuovo leader non esercita più il controllo diretto e continuo sulle decisioni strategiche. Al suo posto si è affermata una struttura collegiale dominata dai vertici dei Pasdaran, che oggi guidano guerra, diplomazia e sicurezza interna.

I nomi chiave: i generali che prendono le decisioni

Il vuoto lasciato dall’assenza operativa di Khamenei è stato riempito da una vera e propria “cabina di regia” militare. Tra i nomi più citati emergono tre figure centrali: Ahmad Vahidi: indicato da più fonti come il principale decisore strategico, con influenza su operazioni militari e negoziati; Mohammad Bagher Zolghadr: incaricato di supervisionare e controllare i negoziatori, garantendo la linea dura del regime; Mohammad Bagher Ghalibaf: ex comandante dei Pasdaran e oggi figura politica chiave, coinvolto nei contatti diplomatici con gli Stati Uniti.

A questi si aggiunge una rete più ampia di comandanti e funzionari legati all’IRGC che partecipano alle decisioni collettive. Il quadro delineato è esplicito: i generali agiscono come membri di un “consiglio” che decide collegialmente, mentre Khamenei si limita a un ruolo di coordinamento e ratifica.

Dalla Guida Suprema al “consiglio di guerra”

La trasformazione del potere iraniano è strutturale. Per decenni, la figura della Guida Suprema ha rappresentato il centro assoluto del sistema politico. Oggi, invece, si assiste a un passaggio verso una leadership diffusa e militarizzata. L’eliminazione fisica di gran parte dell’élite dirigente nei raid di quest’anno, le condizioni di salute del nuovo leader e la necessità di reagire rapidamente in un contesto di guerra regionale si configurano come le ragioni principali di questa trasformazione.

Questo modello ha due conseguenze immediate: maggiore rapidità decisionale militare, e la resilienza operativa del paese ne è la prova evidente, ma anche la riduzione del peso delle istituzioni civili e diplomatiche. Non è un caso che i moderati siano stati progressivamente marginalizzati, mentre i vertici dei Pasdaran consolidano il controllo su sicurezza, economia e politica estera.

Un potere più duro e meno prevedibile

La nuova architettura del potere iraniano non è solo una soluzione emergenziale, ma potrebbe ridefinire a lungo termine la natura del regime. Con figure come Vahidi e Zolghadr al centro del processo decisionale, l’Iran appare oggi più ideologicamente rigido, più incline allo scontro e ancor meno trasparente nelle dinamiche interne.

Le trattative con gli Stati Uniti, ad esempio, risultano complicate proprio perché non è chiaro chi abbia l’ultima parola. Il problema non è solo cosa voglia l’Iran, ma chi sia realmente autorizzato a decidere. In questo contesto, Mojtaba Khamenei resta formalmente al vertice, ma il baricentro del potere si è spostato altrove: non più nella figura della Guida Suprema, bensì in un’élite militare che governa collettivamente e che, almeno per ora, sembra destinata a plasmare il futuro del Paese.

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