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Quando in centomila dissero no a Khomeini

La protesta dell’8 marzo ’79 finì nel sangue e con l’obbligo del velo

Quando in centomila dissero no a Khomeini
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Quel giovedì mattina, il cielo gonfio di nuvole prometteva neve. La primavera si avvicinava lentamente e a Teheran faceva ancora freddo: la gente si affrettava nel traffico caotico per raggiungere il posto di lavoro, si infilava negli autobus a due piani già strapieni, pedalava zigzagando fra le automobili e i taxi arancioni. Era l’8 marzo 1979 e nulla lasciava presagire che quel giorno sarebbe entrato nella storia, nel senso peggiore. Finché Sahar, Yasmin, Darya, Tara, Lila, tutte le donne e le ragazze della città, insegnanti, studentesse, infermiere, dottoresse, impiegate furono bloccate dalle guardie della Rivoluzione islamica. Quelle che erano già entrate negli uffici, o a scuola, vennero cacciate.
Gli agenti della Komite, in uniforme o con la tunica e il turbante, avevano per tutte loro un ordine assurdo e immediato: tornate a casa e vestitevi «in modo decente». Così non potete più uscire, è la volontà del nostro leader supremo, l’ayatollah Khomeini.
Iniziò a nevicare: faccia a faccia con le guardie, le donne volevano spiegazioni e con le mani si riparavano i capelli dai primi fiocchi di neve. C’è un bellissimo servizio scattato dalla fotografa iraniana Hengameh Golestan che immortala i volti delle donne di Teheran quella mattina: quel gesto così semplice e femminile non lo avrebbero compiuto mai più. Perché l’8 marzo 1979 fu l’ultimo giorno in cui le donne iraniane uscirono di casa senza il velo. «Vestirsi in modo decente» significava infatti coprire con l’hijab i capelli, così provocanti, disturbanti, peccaminosi: chi si opponeva era da castigare con 72 frustate. Era solo l’inizio: sappiamo che non indossare il velo è stata, ed è, una colpa punita in Iran anche con la morte, come è toccato alla studentessa curda Masha Amini, arrestata a Teheran nel 2022 e poi uccisa perché qualche ciocca le usciva dall'hijab.
Fu dunque una fatalità funesta a spingere in piazza nel 1979 le ragazze e le donne di Teheran proprio l’8 marzo, Giornata mondiale della donna, riconosciuta anche dall’Onu due anni prima. Mentre nel mondo le donne libere festeggiavano i diritti conquistati, in Iran iniziava un rinnovato tempo buio di persecuzioni, che continua ancora oggi: stessa sorte per chiunque appoggiasse la protesta.
La storia dell’Iran, un complicatissimo puzzle di dittatori, imperatori, religione e violenze si è sempre giocata attraverso la forza delle donne: quella mattina non fu diverso. Sconcertate e furiose per l'ordine di Khomeini, tornato al potere nemmeno un mese prima, dopo la cacciata dell’imperatore Reza Pahlavi, si organizzarono con la velocità della disperazione: quindicimila studentesse si radunarono davanti all’università. In poche ore, le donne scesero in strada sempre più numerose: alla fine erano in centomila a gridare contro i nuovi capi della neonata Repubblica Islamica. «Non resteremo in catene!», erano le parole che risuonavano alte nelle piazze. La repressione delle guardie della Komite non lasciò scampo: inchiodarono addirittura il velo in testa alle ribelli. Migliaia furono torturate e moltissime uccise.
Sebbene i diritti delle donne siano stati per decenni all’ultimo posto fra le priorità delle rivendicazioni del tormentato popolo iraniano, fino al 1979 la condizione sociale femminile era molto diversa. Sotto lo scià Reza Pahlavi, prima che il suo regno degenerasse nella repressione, lo stile di vita era simile a quello occidentale: le ragazze indossavano la minigonna, lavoravano liberamente, potevano addirittura abortire, alcune erano giudici nei tribunali o impegnate in politica. Quell’8 marzo Khomeini cancellò tutto: il velo obbligatorio divenne non solo strumento di sottomissione, ma simbolo di un’autorità estremista che soffoca ogni diritto.

Quest’anno le donne, con gli oppositori degli ayatollah, vivono l’8 marzo sotto le bombe e sono di nuovo in piazza, instancabili, contro il regime colpito al cuore. Dal 1979 ad oggi le loro proteste sono state una commovente staffetta di perseveranza.
«Donna, vita, libertà» sono parole inviolabili: pesano tanto di più se a scandirle siamo anche noi.

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